Qual è il ruolo degli insegnanti? Come dovrebbe essere davvero “la buona scuola”? Lectio magistralis di Massimo Recalcati alla Fiera delle Parole.

Mercoledì 8 ottobre in occasione della presentazione del suo nuovo libro “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento” Massimo Recalcati, psicanalista, ha tenuto una lectio magistralis nel Palazzo della Ragione di Padova.
Innanzitutto ha definito la formazione come l’insieme degli incontri che la nostra vita riassume, distinguendo tra incontri ‘buoni’ ed incontri ‘cattivi’. Questi ultimi spesso rendono visibili le cose del mondo da un’unica prospettiva, mentre gli incontri ‘buoni’ allargano gli orizzonti, e di essi si ricorda sempre l’impressione immediata. «Ogni incontro ‘buono’ è un incontro d’amore» ha aggiunto.

Recalcati ha poi analizzato l’etimologia di ‘insegnamento‘, la cui radice significa ‘lasciare un segno, un’impronta’. Ecco che un bravo insegnante è colui che sa lasciare un segno. Noi tutti, ricordando un corso del liceo o dell’università, scopriamo di aver dimenticato gli argomenti di quel corso, però sicuramente ci ricordiamo se l’insegnante è riuscito a trasmetterci l’amore per la sua materia. Recalcati intende proprio questo: “Un bravo insegnante non lascia il segno del sapere, ma del proprio amore per il sapere”.

Per rispondere alla domanda “di che genere deve essere un buon insegnamento?” lo psicanalista ha fatto riferimento alla scena d’apertura del Simposio di Platone.
Agatone, padrone di casa, attende con impazienza Socrate, l’invitato più importante al banchetto, ma il filosofo si attarda perché incontra la Verità e resta a conversare con lei, rapito da questa visione. Quando finalmente giunge presso la casa di Agatone, questi lo prega di sedersi vicino a lui. Non su tratta di un semplice gesto di cortesia: Agatone infatti ha l’illusione di poter imparare da Socrate solo standogli vicino, offrendo al maestro la propria mente come un contenitore vuoto che dev’essere riempito fino all’orlo. «Si tratta di un apprendimento passivo, che è il miraggio di ogni Scolastica e in generale di ogni cattiva scuola» afferma Recalcati.
Socrate, tuttavia, “sa di non sapere”, dunque si mostra all’allievo solo come colui che ama il sapere, non come colui che sa tutto. Ed è ciò che dovrebbe fare ogni buon maestro: rifiutarsi di riempire le menti come contenitori vuoti, e metterle invece in moto.

«Il nostro sistema scolastico, invece, concepisce le teste degli allievi come dei computer da riempire di file, per premiare poi l’efficacia e la prestazione», commenta Recalcati, aggiungendo: «Oggi la vita è una gara nella quale si salva solo chi è più prestante, più agile e veloce. La scuola dunque è vista come una grande palestra. Si dovrebbe invertire la rotta: in un mondo in cui tutto corre, nella scuola si dovrebbe poter perdere tempo per amare il sapere».
Lo scrittore ha poi specificato che nella scuola italiana l’apprendimento è un plagio: prende 10 o 30 chi ripete bene tutto ciò che è stato spiegato a lezione/studiato sul libro. La nostra scuola oscilla tra due poli: o è una scuola-azienda, come spiegato poc’anzi, o è considerata un parco divertimenti in cui il professore è una sorta di prestigiatore, in cui «non può dare più di un certo numero di pagine da studiare, altrimenti viene ripreso». La vera ‘buona scuola’ dovrebbe allargare gli orizzonti e stimolare il pensiero critico.

Riferendosi nuovamente agli insegnanti, Recalcati ha sottolineato che essi non dovrebbero far seguire le proprie orme all’allievo, ma accompagnarlo nel viaggio.
Lo psicanalista, concludendo, con una metafora erotica ha spiegato quale dev’essere il ruolo dei maestri e della scuola: il professore deve saper trasformare ogni volta l’oggetto del sapere in un corpo: grazie alla spiegazione, un libro diviene “vivo”, assume un colore, un odore, delle forme che l’allievo poi non vede l’ora di toccare di nuovo.

Uno dei compiti principali della scuola dovrebbe essere invece la trasmissione della cultura come prevenzione. «Ciò significa che la grande promessa dell’istruzione dovrebbe essere la seguente: se l’allievo rinuncia al godimento immediato (vizi, dipendenze, uso scorretto della tecnologia), potrà poi raggiungere un godimento più grande: quello della parola, dello scambio, del libero pensiero». E se l’insegnamento da un lato “trasforma i libri in corpi”, dall’altro deve “trasformare i corpi in libri”: l’allievo non sarà più portato a trattare il corpo di un compagno/di una compagna come uno strumento, ma come un libro prezioso, che dev’essere letto con attenzione e sfiorato con estrema cura, concedendosi del tempo.

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È ancora possibile salvare il patrimonio culturale italiano? Incontro con Tomaso Montanari e Massimo Bray.

In occasione della Fiera delle Parole, ieri alle 19.30 in Palazzo della Ragione Sergio Staino, vignettista ed ex collaboratore de l‘Unità, presente anche nella giornata inaugurale, ha intervistato Tomaso Montanari, storico dell’arte, e Massimo Bray, ex ministro del MiBact del Governo Letta, sul problema della salvaguardia del patrimonio culturale italiano.

Staino con un’ampia premessa ha ricordato che nel nostro Paese ci sono due grandi “fazioni”: da un lato coloro che mirano alla conservazione dei beni artistici, dall’altro coloro che subordinano questa tutela agli interessi economici e politici. Montanari a questo proposito ha sottolineato come troppo spesso in Italia il patrimonio culturale venga trattato o o come un lusso, o solamente come una fonte di guadagno: «ce ne ricordiamo solo quando dà da mangiare», afferma, aggiungendo che non si dovrebbero mai contrapporre il diritto al lavoro e la conservazione dei beni, poiché questo in sostanza equivale a mettere l’uno contro l’altro gli articoli 1 e 9 della Costituzione.

Ciò che ha colpito Bray, inoltre, è che ormai la sinistra considera gli investimenti seguendo un modello proprio della destra (non solo italiana), secondo il quale, se ci sono capitali, tutto è possibile. La cultura per l’ex ministro non è il petrolio del paese” (come invece affermato da Franceschini qualche giorno dopo la sua nomina), non deve essere legata ad un modello di produttività, poiché è ciò che ha formato la nostra Storia, il nostro senso civico.

Staino dunque ha chiesto agli ospiti perché sembra non esserci più legame tra i cittadini e i monumenti presenti sul territorio in cui vivono.

Montanari ha ribadito che bisogna togliere la cultura dal dominio del mercato. È grazie alla cultura che siamo cittadini italiani, invece sempre più spesso veniamo considerati solo clienti del grande mercato chiamato “patrimonio culturale”, che in realtà è solo un patrimonio commerciale, un business. Questo, per Montanari, non può che peggiorare con le nuove norme del Ministero volte a favorire gli investimenti dei privati nella cultura. «Le entrate ai musei in un anno fruttano circa 140 milioni di euro, di cui cento vanno allo Stato. È il costo di un F35, uno solo. Perché invece non rendere i musei gratuiti? Non si paga per andare in biblioteca, perché farlo nei musei? In questo modo essi sono diventati dei beni di lusso e, complice la crisi, sempre più persone rinunciano a visitarli», spiega.

Per Bray il problema sta nella politica: non sa più ascoltare, è distante dai cittadini, a cui non appartiene più l’ideale di comunità.

Staino infine ha ricordato un episodio che riguarda Matteo Renzi quando era ancora sindaco di Firenze: durante un consiglio comunale si lamentò che la giunta non avesse ancora dotato l’orologio di Palazzo Vecchio di una seconda lancetta, come da lui richiesto. Il Palazzo infatti ha un orologio storico, seicentesco, ad un’unica lancetta. Invano la giunta cercò di spiegargli che si sarebbe trattato di modificare un’opera d’arte. (Il video lo trovate sul sito di Repubblica).

Il discorso si è spostato quindi sulle problematiche odierne, rappresentate dal Decreto “Sblocca Italia”. Montanari ha spiegato che la situazione è grave, poiché il Decreto Lupi prevede che il silenzio di una sovraintendenza (ad esempio per carenza di personale) equivalga di fatto ad un assenso, e così si può anche procedere alla cementificazione di una certa area. Si tratta di una norma contro l’interesse comune: «un domani, chi potrà decementificare il Paese?»

Uto Ughi alla Fiera delle Parole

Come anticipato, ecco l’articolo su Uto Ughi alla Fiera delle Parole di Padova!

Cultura, web e social network possono convivere? Quali prospettive per i giovani?

Ieri martedì 7 ottobre si è tenuta l’inaugurazione della Fiera delle Parole di Padova  con un intervista a Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio 3, condotta dal popolare comico Dario Vergassola  e dal vignettista Sergio Staino, ex-collaboratore de l’Unità.

Scopo dell’incontro avrebbe dovuto essere la presentazione del nuovo libro di Sinibaldi “Un millimetro in là. Intervista sulla cultura”. Usiamo il condizionale poiché, tralasciando alcuni problemi tecnici legati all’audio, non si è trattato di un vero e proprio botta e risposta tra lo scrittore e gli intervistatori, quanto di un siparietto piuttosto banale: la comicità grossolana e a tratti volgare di Vergassola, così come i lunghi elogi a Rai Radio3 da parte di Staino, non hanno certo aiutato a rendere l’evento più interessante.

Tuttavia non sono mancati alcuni spunti degni di nota. Sinibaldi ha più volte sottolineato come la cultura sia innanzitutto incontro e socialità; questa dimensione con l’avvento delle moderne tecnologie di comunicazione si sta inevitabilmente perdendo. Ciò nonostante, l’autore non condanna il web, anzi: ˂˂Noi stiamo realizzando il sogno che l’umanità ha sempre avuto: comunicare nel modo più semplice ed immediato possibile˃˃.  Internet offre delle potenzialità inedite per l’uomo, tra cui quella di emanciparsi socialmente; se  questo processo di ascensione sociale, dagli anni Settanta in poi, è stato possibile grazie all’istruzione, oggi invece è caratterizzato da un allarmante ritorno al passato: il destino di molti è segnato  infatti dalla propria origine familiare. Per Sinibaldi questa è una della ragioni principali e più terribili della povertà culturale del Belpaese. Lo scrittore ha notato che le nuove generazioni sono prive di sogni, complice la difficile condizione economica e sociale di molti in questi anni di crisi, perciò rivolge un accorato appello alle famiglie, affinchè veicolino un messaggio di speranza per il futuro e insegnino ai propri figli ad assumersi delle responsabilità. La scuola, invece, secondo Sinibaldi, è continuamente caricata di attese e di pretese, nonostante gli insegnanti svolgano un ottimo lavoro.  Infine, Sinibaldi ha ricordato che l’inclinazione alla socialità e ai sogni caratterizzano i personaggi del romanzo di Vergassola, in uscita in questi giorni.

Palazzo della Ragione ha poi ospitato Andrea de Carlo, che ha eseguito un reading da Cuore primitivo, e alle 21 una folla numerosa ha accolto il maestro Uto Ughi, protagonista di una piacevole intervista a cura di Gian Antonio Stella e di Claudio Scimone, direttore dei Solisti Veneti.

Non perdete il prossimo post, dedicato proprio a quest’incontro!

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Da sinistra: Sergio Staino, Marino Sinibaldi e Dario Vergassola.