Marianna Madia, la Gioconda di Renzi

15296 Leonardo Da Vinci, Monna Lisa (1504 circa), Museo del Louvre

Maria Elena Boschi, ministro delle riforme costituzionali e dei rapporti con il parlamento, al di là di tanti discorsi politici, è davvero molto bella. Insieme a Marianna Madia, ministro della semplificazione e della pubblica amministrazione, rappresenta il ramo «Miss Italia» del governo Renzi: due splendide signore che, visto gli importantissimi ruoli che ricoprono, riescono a mettere in risalto la loro bellezza.
Il «Facce da museo» di oggi parla della Madia, per le amiche Mary: non è uguale identica alla Monna Lisa leonardiana?
Entrambe, accecate dalla propria bellezza, guardano l’interlocutore con sprezzante superiorità: «Chi sei tu per dirmi questo? Io sono la Gioconda, io sono Marianna Madia». Qualcuno di voi, cari lettori, ha mai visto Monna Lisa muoversi? È un quadro, direte, e c’avete anche ragione. In effetti lei ha una giustificazione per il proprio immobilismo. La nostra «ministra» Madia, invece, è un essere umano ed è per questo dotata di muscoli che le donano il movimento. Ma lei non ne approfitta: tutta persa nella lode alla propria bellezza e alla caratura da statista del «suo» Matteo, ha reso il movimento cosa secondaria. Donatele la parola: come ricorda spesso Maurizio Crozza, la Nostra parla solo su ordine del capo. Un burattino messo là in mostra, come la Monna Lisa che – presumibilmente – posava per Leonardo. Anche qui il solito tormentone: la signora rinascimentale non faceva altro che il proprio «dovere», Marianna Madia no.
Concludiamo con un appello a qualche pittore fra i nostri lettori: fatele un ritratto e mettetelo al posto dell’originale. In questo modo costerebbe meno (non mangia, non beve, non necessita di stipendio) e almeno avrebbe una scusa pronta per la propria immobilità.

Tito Borsa

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Facce da museo: Matteo Renzi e Narciso.

Narciso-Caravaggio

Narciso, attribuito a Caravaggio. 1597-1599, olio su tela. Palazzo Barberini, Roma.

Dimmi Matteo, non sei tu quel Narciso che troppo a lungo si specchiò nel torrente? Giovane e nuovo ti definivi e passavi la vita ad ammirare la tua immagine nell’acqua. All’inizio eri lontano, al sicuro sulla riva, poi però, riflessi attorno a te, apparvero dei gufi e, con loro, tutte le preoccupazioni della vita. Per fortuna erano abbastanza lontane, così bastava avvicinarsi un po’ per non vederle più e tornare ad ammirare indisturbato il tuo giovane viso. Non eri bello, ma eri tu e questo è ciò che importa. Nessun valore al giudizio degli altri, perso com’eri a scrutare ogni millimetro del tuo volto: prima i nei, «molti non li apprezzano, ma su di me fanno risaltare la bellezza: ogni difetto serve a questo dopo tutto»; poi l’acconciatura, «sembro Milhouse dei Simpson ma alle donne piace così»; infine lo sguardo, «mi dicono che non ho una faccia intelligente, meglio così: potrò usare come effetto sorpresa la mia diabolica sagacia».

Ma i gufi e i problemi continuavano ad avvicinarsi e il nostro Matteo doveva chinarsi sempre di più verso il torrente: solo così poteva specchiarsi senza «intromissioni». E fu così che cadde, come Narciso e più di Narciso, nel greto del fiume: vittima del suo amore per se stesso, amico unicamente del proprio io e, soprattutto, completamente disinteressato agli altri. Lo chiameranno narcisista e in sua memoria molti pittori dipingeranno opere d’arte. Eh, l’ironia della sorte: solo grazie agli artisti il Nostro ha potuto essere bello come egli si vedeva.

Tito Borsa