L’arte e la pubblicità: gli spot che non andrebbero saltati

D’Annunzio e Oscar Wilde si sarebbero indignati nel leggere questo articolo, loro che promulgavano l’estetismo con i motti «l’arte per l’arte» o «art for art’s sake». Qui, infatti, si parla di pubblicità, di mercato e commercio, di ciò che spinge i consumatori a spendere il loro vile denaro e a far girare l’economia. Il che, ammettiamolo, non sembra molto poetico.

Ma la pubblicità talvolta, specialmente negli ultimi anni, può diventare arte e gli spot seguenti ne sono la prova.

La rivista di settore Adweek ha recentemente pubblicato la classifica delle migliori campagne pubblicitarie televisive del 2015, trasmesse bene o male in tutto il globo. Pur trattando prodotti diversi e mantenendo come fine ultimo la vendita degli stessi, questi spot non mancano di emozione, messaggi, impatto e in un certo modo anche poesia.
La loro qualità, inoltre, è talmente alta da far concorrenza alle opere cinematografiche per colori, inquadrature, musiche e animazione: all’idea geniale del creativo si unisce, dunque, la sempre crescente abilità di chi, invece, la sviluppa. E se molte opere famose, come la Fontana di Duchamp, consistono praticamente solo in un’idea, perché non possono avere valore anche queste produzioni che al pensiero accattivante aggiungono la grande capacità di sfruttare il mezzo cinematografico?

Senza contare che alcune delle campagne si avvicinano molto all’arte performativa, in quanto coinvolgono un ignaro pubblico, puntando proprio sulla sua reazione.

Al primo posto della classifica di fine anno, si piazza Unskippable della compagnia assicurativa Geico che punta alla sorpresa e alla semplicità, non lasciando altra scelta allo spettatore/consumatore se non quella di continuare a guardare.
Lo snack Snicker è, invece, commercializzato attraverso la sitcom anni settanta The Brady Bunch, in cui però figurano i loschi Danny Trejo e Steve Buscemi che si rivelano essere nient’altro che due ragazzine affamate. A concludere il podio è una pubblicità che va dritta al cuore: la guida audio Xfinity appare come soluzione perfetta per una bambina non vedente di guardare il celebre film Il mago di Oz ed immaginarlo a modo suo.

I successivi posti della top ten sono occupati da Love Has No Labels contro ogni tipo di pregiudizio, 37 days che mostra come un potente riscaldamento possa creare fiori dal ghiaccio artico, mentre Guns with History invita ad un acquisto ben ponderato della armi da fuoco raccontandone la storia. Al settimo posto si piazza l’intrigante spot del make up di Shiseido High School Girl?, mentre alle ultime tre posizioni ci sono: Justino, protagonista animato e vincitore della lotteria insieme ai suoi colleghi; l’immancabile Nike, che questa volta presenta un instancabile ragazzino in Short a Guy; e, infine, Friends Furever di Android che mostra della improbabili amicizie animali, accompagnate dalla canzone del Robin Hood Disney.

Non solo tutti questi spot non andrebbero saltati, cambiando canale in attesa che il programma ricominci, ma dovrebbero essere guardati con attenzione perché capaci di far riflettere, di strappare un sorriso e soprattutto capaci di immergere lo spettatore nel loro mondo, proprio come fa il cinema. Non è, quindi, una sorpresa vedere che proprio i registi del grande schermo si siano spesso occupati di advertisement. Ecco che possiamo gustare le tinte pop, femminili ed eleganti del premio Oscar Sofia Coppola in Miss Dior del 2011, interpretata dall’altro premio Oscar Natalie Portman; ma anche le atmosfere scintillanti di Baz Luhrmann per Chanel, dapprima nella versione con Nicole Kidman, che ricorda perciò Moulin Rouge, poi in quella con Gisele Bündchen che rimanda invece a Il grande Gatsby (soprattutto nella corsa in auto sul ponte). Impossibile non citare -anche a gusto di chi scrive- il regista Wes Anderson che si è più volte dedicato alla pubblicità: negli spot co-diretti insieme a Roman Coppola Prada Candy (nel cast Lea Seydoux), nella pubblicità della banca americana SoftBank con un bizzarro Brad Pitt e in quella animata per lo smartphone Sony Xperia, ma anche per Ikea.

Gli esempi italiani forse non sono così alti, ma rimangono numerosi.
Il più recente vede dietro la macchina da presa il celebre Salvatores, che dirige Pierfrancesco Favino per Barilla, mentre più riuscito è lo spot Coca Cola 2010 diretto da Tornatore, in cui emerge il suo indugio nel ricordo, già visto in Nuovo Cinema Paradiso e Baarìa.
Queste sono tutte dimostrazioni di come dietro a manovre di marketing ci sia in realtà anche una buona dose di creatività, grazie a spot che diventano film e, perciò, diventano arte.

Strappiamo quindi l’invito ai presentatori della televisione: «Non cambiate canale!». Anzi, sarebbe meglio guardare le pubblicità, senza saltarle con zapping compulsivo, e scoprire qualche piccolo tesoro, qualche traccia di poesia nascosta tra i consigli per gli acquisti.

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Italia e social network, tra dipendenza e valore

Cosa fa l’italiano medio quando si sveglia una tranquilla domenica mattina? Si stiracchia tra le coperte, sbadiglia, si alza dal letto per avviarsi verso la cucina in vista di una colazione, ma nel mentre o prima ancora, apre il suo smartphone ed entra su Facebook, Instagram o Twitter.

Dopo questo atto dovuto, cioè dopo aver controllato quali nuove notifiche gli ha riservato il mondo virtuale, il suo animo è più in quiete: non ha più il dubbio di essersi perso le peripezie della serata precedente di qualche amico o di non avervi cliccato «mi piace», o addirittura di non essersi accorto di essere stato taggato in qualche foto o post che dovrà al più presto commentare.

Di cosa sto parlando? Ma ovviamente della dipendenza cronica della popolazione italiana da social network. E per quelli di voi che non hanno dimestichezza in questo ambito, chiudete questo articolo e correte subito a farvi una vita sociale, scaricando sul vostro tecnologico cellulare una qualsiasi applicazione che vi permetta di creare un profilo col vostro nome e i vostri dati e di scambiare allegramente rapporti digitali con altri profili.

Non avete uno smartphone? Allora non siete degni di essere chiamati italiani.

L’Italia ormai è il portabandiera in Europa della rivoluzione dei social. Infatti l’autorità inglese per le telecomunicazioni, la «Ofcom», prendendo in esame nove tra i paesi più industrializzati al mondo, ha pubblicato un sondaggio secondo cui gli italiani sarebbero al secondo posto in classifica per maggior uso dei social network: in media gli abitanti dello Stivale controllano il proprio smartphone almeno mezz’ora prima di andare a dormire e al massimo venti minuti dopo il risveglio mattutino. Al primo posto, invece, troviamo i giapponesi, che per ora ci battono ma se continueremo a tenere duro potrebbero subire la nostra rivincita. Al contrario, i nostri cugini francesi li surclassiamo già di parecchio, poiché la Francia in questa classifica è il paese che ne fa meno uso.

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Dati del sondaggio Social, Digital & Mobile in Europa nel 2014 pubblicato da We Are Social. Credits: wired.it

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Chi ha paura del gender? Incontro con Michela Marzano

Un approfondimento sul genere, l’orientamento sessuale, il sesso biologico, la maternità e le stepchild adoptions.

Risulta sempre più difficile, in questi ultimi mesi, parlare di tematiche come genere, orientamento sessuale, transessualità; quando poi si affrontano, si nota in molti casi una certa superficialità o, cosa ancor peggiore, parecchia confusione.
I fatti di cronaca, inoltre, non fanno altro che confermare l’ovvio ma inquietante rapporto tra l’ignoranza data da un approccio acritico e le
discriminazioni. E queste spesso sono anche violente: la settimana scorsa a Parigi un branco di omofobi ha pestato due ragazzi mentre uscivano da un locale, solamente perché gay e innamorati. È solo il più recente di una continua serie di atti deplorevoli e disumani che macchiano la nostra società – quella che dovrebbe essere laica, civile, tollerante, secondo quanto insegnatoci dai padri dell’Illuminismo, dalle Rivoluzioni americana e francese, dalle guerre mondiali, dall’orrore dei regimi totalitari.
Invece siamo ancora alla ricerca del «diverso» su cui riversare le nostre nevrosi, poco importa che sia ebreo, di pelle scura, di fede mussulmana o cristiana (sono duecento milioni i cristiani perseguitati nel mondo, per dire).

Ci sono però degli strumenti di conoscenza che possono aiutarci a prevenire le discriminazioni, a combattere i pregiudizi e, più in generale, a fare chiarezza anche nella mente di coloro che, pur non discriminando nessuno, non conoscono ciò di cui parlano quando nominano certi termini, come ad esempio «gender» o «ideologia gender».

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Michela Marzano. Credits: tralaltro.it

Una ricerca accurata sul web o nelle biblioteche può essere certo d’aiuto; un altro di questi strumenti è il nuovo libro di Michela Marzano, Papà, mamma e gender, presentato nelle aule universitarie di palazzo Bo, a Padova, il 14 novembre scorso.
L’autrice è mossa proprio dall’intento di superare la crescente confusione di termini e di concetti nell’ambito dell’omosessualità e propone un breve glossario alla fine del saggio per diradare i dubbi. In sostanza, si ribadisce il fatto che l’orientamento sessuale (ad esempio,il fatto che un ragazzo sia attratto da una ragazza o da un altro ragazzo o da entrambi) non è mai connesso con la natura biologica (maschile o femminile) né con l’identità di genere.

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Jeff Koons in mostra a Firenze: ma è arte?

Cosa si trova all’interno della sottilissima linea di demarcazione tra ciò che comunemente ed unanimemente è arte e ciò che palesemente ed inderogabilmente non lo è? In che circostanze capita di affermare (o almeno di pensare) di non dover essere per forza critici d’arte per giudicare spazzatura certi presunti capolavori? La risposta a questa domanda è importante non solo in quanto fine a se stessa, ma anche e soprattutto per quanto riguarda uno degli artisti viventi più acclamati ed incensati dalla critica, Jeff Koons, delle cui opere è stata tappezzata Firenze, sino a fine anno, all’interno della mostra Jeff Koons in Florence, inaugurata il 26 settembre scorso, che fondamentalmente consiste nella collocazione di due sculture, l’una accanto al David di Michelangelo in piazza della Signoria e l’altra nella sala dei Gigli di Palazzo Vecchio.

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Credits: Jeff Koons, Tom Powel Imaging

La prima opera, esemplificativa della presunta arte di Koons, è Pluto and Proserpina, dal titolo che pare aver ingannato tutti (compreso il cartello nella piazza) sulla supposta ispirazione dell’opera, il Ratto di Persefone del Bernini: asserzione quanto mai falsa, visto che, almeno nelle intenzioni, rientra nella categoria del ready-made Dada, ma stravolgendone il significato profondo; assurgendo a Musa ispiratrice una vera e propria anticaglia, una statuetta in porcellana francese del Settecento, appositamente scansionata, ingrandita, riprodotta in acciaio e dorata, Koons perviene ad un punto di arrivo diametralmente opposto rispetto alla meta della ricerca del Dadaismo: quest’opera, come tutte le altre, del resto, non si premura di porre domande, bensì si limita a soddisfare le esigenze di una critica vuota quanto il messaggio dell’opera e quanto la tanto decantata bellezza della scultura in sé, che, a ben vedere, non si manifesta in maniera così lampante.

Ho pensato a Gazing Ball guardando per molti anni sfere di questo genere. Ho voluto affermare la perentorietà e la generosità della superficie specchiante e la gioia che scatenano sfere come queste. La serie Gazing Ball si basa sulla trascendenza. La consapevolezza della propria mortalità è un pensiero astratto, e a partire da questa scoperta uno inizia ad avere coscienza maggiore del mondo esterno, della propria famiglia, della comunità, può instaurare un dialogo più vasto con l’umanità al di là del presente.

In questi termini è compiuta dall’artista una quanto mai improbabile esegesi della seconda opera, Gazing Ball (Barberini Faun), che altro non è che un calco in gesso dell’omonima scultura di età imperiale, al quale l’artista ha aggiunto il proprio tocco personale: una sfera di colore azzurro. Potrebbe bastare solo questa scarna descrizione dell’opera per comprendere quanto ridicolo possa essere parlare anche solo di una remota possibilità di «dialogo» tra le opere di Koons ed i (veri) capolavori di artisti che hanno fatto la storia di Firenze (e non solo), Michelangelo e Donatello in testa a tutti. Alla luce di quello che una critica prona e uno Stato imbelle hanno permesso che fosse portato nella città medicea, osando persino presentarlo come «l’evento più atteso dell’anno», rimane solo la possibilità di contemplare con rabbia e rassegnazione l’ennesima offesa perpetrata ad un Paese che, già martoriato da ben altri problemi, si vede costretto a far fronte anche a quello che pare essere un inesorabile declino culturale, ancor più che socio-economico.

GB (BF)

Foto Cge

My Dreams e YouTube: solo marketing?

Questi i fatti: i «My Dreams» (band autodefinitasi punk-rock, costituita da quattro ragazzi di Roma) hanno pubblicato il loro primo video su YouTube il 31 agosto 2015.

Prima di proseguire con la lettura, è quantomeno caldamente consigliata la visione del suddetto video, che trovate qui sotto.

Esaminiamo in dettaglio i particolari che subito saltano all’occhio. Lasciando da parte la canzone, lo sguardo cade, in basso a destra, sulla scritta VEVO. Un po’ confusa, la vista cerca conferme nel nome del canale, che, purtroppo o per fortuna, corrisponde a quanto visto in prima battuta: «MyDreamsVEVO» ci garantisce che una band, alla sua prima apparizione su YouTube, ha già un contratto di partnership ed è già stata contattata dal sito di proprietà di Sony, Universal ed EMI, tre tra le maggiori case discografiche mondiali. Notevole, si può dire. I primi sospetti potrebbero già sorgere a seguito di questa osservazione, ma, come Dante, passiamo oltre.

Se di primo acchito non riesce all’udito di riconoscere Lean On di Major Lazer & DJ Snake feat. MØ, basterà dare un’occhiata al titolo del video: una cover riarrangiata in chiave «più rock» (?), dunque. Ma non si tratta di una canzone qualunque: si parla della canzone più riprodotta su Spotify durante l’estate appena trascorsa. Qualcuno potrebbe obiettare, non a torto, che non è la prima volta che gruppi meno conosciuti si esibiscano in cover riarrangiate di canzoni assai più famose, con ovvi scopi di ricerca di notorietà (basti pensare a Let It Go dei Betraying The Martyrs): tuttavia  la cosa risulta ancora più sospetta per il fatto che questo sia il loro primo video in assoluto.

Ma passiamo al video vero e proprio: mentre si contempla un look passato di moda da almeno una decina di anni ma destinato, evidentemente, a tornare presto in auge, si ascolta una cover di certo non fatta male; anzi, il taglio, sia del video che dell’arrangiamento, è molto (fin troppo?) professionale, ma ciò non toglie che con ogni probabilità non si è di fronte ad altro che all’ennesimo dei gruppi giovani e baciati dalla Dea bendata (e soprattutto dalle case discografiche) che sfonda con uno stratagemma di tale genere e si consuma velocemente, a guisa di fuoco di paglia.

My Dreams

Pur essendo possibile che il nome «My Dreams» non richiami nulla di conosciuto (o almeno così si spera), il polverone sollevato dalla pubblicazione del loro primo video su YouTube non può essere ignorato e conduce ad una riflessione di fondo, che va oltre il caso specifico, per quanto emblematico. Una riflessione che penetra nelle radici stesse di quello che YouTube e soprattutto la community italiana stanno divenendo negli ultimi mesi. Infatti, la notorietà di tale video proviene anche e soprattutto dai numerosi commenti di approvazione ed incoraggiamento da parte di altrettanti celebri youtubers italiani: primo fra tutti Lorenzo Ostuni, alias Favij, primo in Italia per numero di iscritti (oltre due milioni!), che notoriamente non commenta i propri video e ciononostante ha commentato un video di altri; non a caso, proprio il video dei «My Dreams».

Qui i sospetti cominciano ad intensificarsi e a farsi sempre più consistenti: la procedura appare la medesima di quella utilizzata per dare visibilità ai primi video di Gabriele Dotti, meglio noto come Francesco Sole; la sola differenza rispetto ad allora è che adesso YouTube si è separato da Google + e dunque non si ottiene più come risultato un notevole aumento di visualizzazioni.

Appare perciò lecito, se non doveroso, sospettare lo zampino della televisione in tutto ciò: se nell’affaire Sole si è scoperto che dietro al fenomeno ci fosse la Newco Management, agenzia fondata da Francesco Facchinetti, il fu Dj Francesco, è possibile, se non probabile, che dietro ai «My Dreams» ci sia l’agenzia di proprietà di Stefano Longoni, i cui ringraziamenti in risposta ai vari commenti degli youtubers tradiscono l’evidenza di una campagna pubblicitaria, non sfuggita, fortunatamente, agli occhi attenti della community italiana.

Il pericoloso sorgere, a breve distanza l’uno dall’altro, di veri e propri fenomeni da baraccone, marionette manovrate dagli interessi delle agenzie televisive dei vari Facchinetti, Lucarelli, Longoni, Casadei, ecc. ci impone di stare all’erta, perché i «My Dreams» sono i più recenti, ma di sicuro non saranno gli ultimi prodotti di questo genere di marketing, rivelatosi per gli interessati addirittura controproducente, vista la quantità di odio che la band ha accumulato su di sé proprio a causa di ciò e che, forse, non avrebbe ricevuto se non avesse ottenuto aiuti di alcun genere.

In Veneto sempre più discriminazione, anche nei confronti della comunità gay

Ancora una volta l’Italia fa parlare – male-  di sé:  i riflettori sono puntati su Venezia, o meglio, sul suo nuovo sindaco Luigi Brugnaro che, dopo aver deciso di proibire l’adozione nelle scuole di alcuni libri per bambini, accusati di diffondere la «teoria del gender» (che, ricordiamo, non esiste), ha deciso di superarsi vietando categoricamente i gay pride nella sua città.

A rispondere per primo alla decisione di far sparire dalle scuole qualsiasi libro osasse andare contro la «famiglia tradizionale» è stato sir Elton John, il famoso cantautore britannico, gay dichiarato e padre di due bimbi, che si è scagliato contro Brugnaro e la sua decisione di «politicizzare i libri per bambini» in un post su instagram, definendolo «bifolco e bigotto».

Credits: magazinedelledonne.it

Credits: magazinedelledonne.it

Come se la polemica sui libri sequestrati non fosse stata abbastanza, il 26 agosto scorso, in un’intervista a Repubblica, il sindaco ha dichiarato che nella sua Venezia quella «buffonata, il massimo del kitsch», come lui ha definito il gay pride, non avrà mai luogo. La notizia ha scatenato polemiche da parte delle associazioni LGBTQI ma ha anche attirato l’attenzione della stampa estera: il Guardian prende in giro la città veneta facendo notare come «ospiterebbe volentieri gigantesche navi da crociera nei suoi canali e orde di turisti nelle sue vie strette e tortuose. Ma la città di Venezia non giudicherebbe appropriato organizzare un gay Pride, finché l’attuale sindaco di destra sarà in carica, come ha detto lo stesso politico (Brugnaro, ndr)».

Nonostante la fermezza con cui si era espresso, appena due giorni dopo la sua dichiarazione Brugnaro ha deciso di tornare sui suoi passi, lanciando pure l’idea di un pride lungo il Canal Grande, il primo «gay pride sull’acqua», «magari con Elton John che vi partecipa e suona per noi».

Sicuramente avranno contribuito a questo cambiamento di rotta anche le varie discussioni nate su Twitter, in cui il sindaco ha voluto precisare che le sue parole sono state mal interpretate e strumentalizzate, nonostante fosse stato proprio lui, in un tweet datato 27 agosto, a paragonare il pride al carnevale.

Invece che fare un passo avanti, ci si prende gioco di un diritto fondamentale, quello di espressione, poiché si privano alcuni cittadini della libertà di poter lottare per i propri diritti – questo è lo scopo del pride, non certo fare una «carnevalata» – diritti che in Italia non sono ancora garantiti.

A proposito di passi indietro, la regione Veneto sembra averci preso gusto: appena ieri è stata approvata la mozione contro il «gender» nelle scuole, con voto contrario solamente di PD e M5S; a presentarla è Antonio Berlato, consigliere di Fratelli d’Italia, il quale chiede di «intervenire nelle scuole di ogni ordine e grado della Regione perché non venga in alcun modo introdotta la teoria del gender», affinché «venga rispettato il ruolo prioritario della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità, riconoscendo il suo diritto prioritario ai sensi dell’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo». Ma la cosa peggiore è che l’aumento di sessualizzazione precoce, abusi sessuali e pedofilia è stato direttamente imputato all’accettazione del gender, come –secondo Berlato- è accaduto in Inghilterra e Australia.

Non solo si ignora completamente che questi terribili fenomeni sociali possano derivare da altri fattori (l’oggettivizzazione della donna, per esempio?), ma ci si pone anche in una posizione di finta difesa dell’infanzia. Invece di educare all’accettazione del diverso e di spiegare la realtà dei fatti, si condannano ad un clima di ancor maggiore isolamento, discriminazione, confusione e disinformazione le nuove generazioni di individui LGBTQI. Si difendono alcuni bambini, ma non altri.

Insomma, non sia mai che a dei poveri bambini innocenti venga insegnato che una famiglia deve basarsi sempre e solo sull’amore, indipendentemente dal sesso dei genitori; potrebbero accadere delle cose orribili, come l’invasione aliena, le dieci piaghe d’Egitto, la terza guerra mondiale e lo sterminio dell’intera razza umana.

Mentre il resto del mondo continua ad espandere i suoi confini, abbattendo i limiti dell’ignoranza e del bigottismo, noi costruiamo dei veri e propri muri di cemento armato, con tanto di filo spinato in cima.

#AskELJames: Quando Twitter si schiera a favore della vera letteratura.

Qualche giorno fa su Twitter Erika Leonard James, autrice di 50 Sfumature di grigio, ha lanciato l’hashtag #AskELJames, con cui i lettori avrebbero potuto farle delle domande. Nei suoi progetti, avrebbe dovuto essere una piacevole chiacchierata con i fan e una buona strategia di marketing, visto che la James ha da poco pubblicato Grey, che narra i fatti di 50 Sfumature dal punto di vista del protagonista maschile, Christian Grey appunto (come se ne avessimo avuto bisogno). Gli utenti, invece, ne hanno approfittato per scagliarsi contro il successo della trilogia, dando vita ad uno dei momenti più derisori e irriverenti della storia dei social network.

Questi sono solo alcuni dei tweet più riusciti:

Dopo il successo di "Gray", hai mai considerato di riscrivere la storia dalla prospettiva di qualcuno che sappia scrivere?

Dopo il successo di “Gray”, hai mai considerato di riscrivere la storia dalla prospettiva di qualcuno che sappia scrivere?

[Riferendosi alle sfumature di grigio, ndr] Qual è la tua preferita?

Qual è la tua preferita? [A nostro avviso il tweet migliore]

Oltre alle critiche e alle battute più o meno sprezzanti («Perché non torni a fare la casalinga?», «Ha mai preso in considerazione un dizionario dei sinonimi o era un lavoro troppo duro?» «Perché non impari l’inglese?», eccetera), si trovano domande di molti utenti legate al messaggio dei libri stessi, che per molti incitano allo stalking, alla violenza gratuita, all’esaltazione della ricchezza e, soprattutto, alla sottomissione della donna.
A poco è servito anche il tweet dell’editore Einaudi, a cui in molti hanno risposto affermando «Quei libri avrebbero fatto schifo anche se fossero stati scritti da un uomo», «Il fatto che li abbia scritti una donna è ancora più sconvolgente», ecc.

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È stato creato anche un profilo, «50 shades is abuse», che ha chiesto spiegazioni a E.L. James: l’autrice infatti sembra non aver preso molto bene le critiche, visto che ha bloccato tutte le persone che le rivolgevano domande “scomode”. Forse non aveva considerato il potere della rete, chissà.
Voi avete letto i libri? Cosa ne pensate?