Ecco l’unica candidata italiana ai Global Teacher Prize

Barbara Riccardi insegna in una scuola elementare della periferia romana ed è l’unica italiana tra i 50 finalisti per il «Global Teacher Prize». Il premio, che è considerato una sorta di Nobel dell’insegnamento, è stato istituito lo scorso anno dalla Varkey Foundation con contributo dell’Unesco, per riuscire a dare prestigio alla categoria degli insegnanti, spesso sottovalutata ma in realtà fondamentale per la formazione dei cittadini di domani. La premiazione avverrà a marzo, durante il Forum Globale dell’Insegnamento di Dubai. 

A candidare la nostra Barbara sono stati, a sua insaputa, alunni, colleghi e genitori che hanno deciso di premiare il suo impegno nel favorire l’integrazione tra studenti di diversi paesi attraverso programmi di scambi internazionali.
Infatti, come si legge sul Corriere, nell’Istituto Frignani di Spinaceto la Riccardi è sempre in prima linea nell’organizzazione di gemellaggi culturali, per lei fondamentali sia per far capire ai bambini che si è tutti uguali, indipendentemente dal luogo di nascita, sia per stimolare l’apprendimento delle lingue, requisito indispensabile nel mondo di oggi.

Oltre a ciò, la maestra romana ha sempre avuto un’attenzione particolare per i problemi che tutti i bambini devono affrontare crescendo; per aiutarli è solita far sedere la classe in cerchio per far discutere gli alunni e spingerli a trovare insieme le soluzioni più adatte; in questo modo insegna loro a far fronte comune, ad aiutarsi a vicenda. Ha inoltre creato un «Tg scuola», così che i ragazzi possano essere spinti a fare ricerche, interviste e si confrontino col mondo esterno. Ma la Riccardi non pensa solo agli alunni: ha infatti fondato una rivista online, La scuola possibile, pensata per lo scambio di esperienze tra insegnanti, per aiutarsi a superare gli ostacoli di un lavoro difficile come quello di formare giovani menti.

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Credits: globalteacherprize.org

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Italia e social network, tra dipendenza e valore

Cosa fa l’italiano medio quando si sveglia una tranquilla domenica mattina? Si stiracchia tra le coperte, sbadiglia, si alza dal letto per avviarsi verso la cucina in vista di una colazione, ma nel mentre o prima ancora, apre il suo smartphone ed entra su Facebook, Instagram o Twitter.

Dopo questo atto dovuto, cioè dopo aver controllato quali nuove notifiche gli ha riservato il mondo virtuale, il suo animo è più in quiete: non ha più il dubbio di essersi perso le peripezie della serata precedente di qualche amico o di non avervi cliccato «mi piace», o addirittura di non essersi accorto di essere stato taggato in qualche foto o post che dovrà al più presto commentare.

Di cosa sto parlando? Ma ovviamente della dipendenza cronica della popolazione italiana da social network. E per quelli di voi che non hanno dimestichezza in questo ambito, chiudete questo articolo e correte subito a farvi una vita sociale, scaricando sul vostro tecnologico cellulare una qualsiasi applicazione che vi permetta di creare un profilo col vostro nome e i vostri dati e di scambiare allegramente rapporti digitali con altri profili.

Non avete uno smartphone? Allora non siete degni di essere chiamati italiani.

L’Italia ormai è il portabandiera in Europa della rivoluzione dei social. Infatti l’autorità inglese per le telecomunicazioni, la «Ofcom», prendendo in esame nove tra i paesi più industrializzati al mondo, ha pubblicato un sondaggio secondo cui gli italiani sarebbero al secondo posto in classifica per maggior uso dei social network: in media gli abitanti dello Stivale controllano il proprio smartphone almeno mezz’ora prima di andare a dormire e al massimo venti minuti dopo il risveglio mattutino. Al primo posto, invece, troviamo i giapponesi, che per ora ci battono ma se continueremo a tenere duro potrebbero subire la nostra rivincita. Al contrario, i nostri cugini francesi li surclassiamo già di parecchio, poiché la Francia in questa classifica è il paese che ne fa meno uso.

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Dati del sondaggio Social, Digital & Mobile in Europa nel 2014 pubblicato da We Are Social. Credits: wired.it

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Esclusivo: intervista a Soela Zani che ha reso arte la trisomia 21

Lo scopo dell’arte, si sa, è stupire veicolando messaggi forti. Se a questo si aggiunge il rinnovamento che, guardando al passato, mira a combattere i pregiudizi contemporanei dando nuovi significati alle opere stesse, si arriva a uno dei momenti più elevati ed innovativi della creazione artistica.È questo il caso della fotografa trentacinquenne Soela Zani, artista originaria di Tirana che ha recentemente dato vita al progetto «Ogni essere umano è un’opera d’arte»: sostituendo i modelli di alcuni dei dipinti più famosi con dei bambini affetti dalla sindrome di Down, le opere di Picasso, Degas e Renoir esaltano ora la bellezza e la naturalezza dei loro nuovi soggetti.

Irma as “Prima Ballerina” by Edgar Degas (Image courtesy of Soela Zani)

Irma come la “prima ballerina” di Degas. Credits: soelazani.com

I lavori della Zani, nati dall’incontro con Emanuela Zaimin, fondatrice dell’associazione «Fondacionit Down Syndrome Albania», conservano la composizione e i colori dei dipinti originali ma sono animati da uno spirito ironico, unico e spontaneo, oltre che dall’evidente scopo di far sentire i bambini i veri protagonisti.
«I bambini si sono divertiti molto. Il sogno di Irma, per esempio, è di diventare ballerina; in questo modo, il suo sogno è diventato realtà».
Quei sorrisi, quegli sguardi, quei volti si uniscono a buffi costumi esattamente identici a quelli ritratti dai grandi pittori, trasmettendo forte vitalità; la vitalità di chi meriterebbe una maggiore considerazione all’interno della società, senza esserne invece escluso.

Combattere i pregiudizi e diffondere un messaggio di uguaglianza, questo è lo scopo dell’artista, soprattutto in Albania, dove «non è facile avere la sindrome di Down», afferma l’artista stessa. Infatti, le immagini esaltano l’innocenza, il gioco, l’energia che caratterizzano un bambino in quanto tale, indipendentemente dalle diversità.

Le foto saranno in esposizione fino al 16 dicembre a Tirana, presso il Museo storico nazionale, il più grande di tutto il paese. In un’intervista esclusiva, che trovate sotto, Soela Zani ci ha anticipato che presto potremmo ammirarle anche a Roma.

Ma il lavoro di Soela è reperibile online, su Facebook e Instagram: tra la negatività e i pregiudizi che girano sul web il progetto di questa fotografa infonde la speranza di poter sconfiggere l’ignoranza attraverso uno degli strumenti mediatici più forte ed efficace di tutti, l’arte.

Com’è cominciato il progetto? Qual è stata la chiave della sua realizzazione? Come le è venuta l’idea di ricreare dipinti famosi?
Ho sempre amato fotografare persone affette dalla sindrome di Down. All’inizio ho pensato a fotografie in bianco e nero e cariche di sentimenti drammatici, ma poi ho conosciuto Ema, la madre di Arbi, e quando mi ha presentato suo figlio ho completamente cambiato idea. Lei è così piena di energia e suo figlio è dolcissimo. Lavoro ogni giorno nel mio studio con le famiglie e ho studiato pittura all’Accademia, quindi sono cresciuta con l’arte e la storia dell’arte e sono affascinata dai grandi capolavori. Un giorno stavo fotografando una giovane ragazza e mi accorsi che somigliava molto a una delle Las meninas e quel giorno decisi di dar vita a questo progetto.

Questi dipinti sono conosciuti in tutto il mondo. È stato difficile mettere in scena la stessa identica immagine in una foto?
Sì è stato un pochino difficile, ma anche divertente. È stato come se Las meninas o Clara Rubens fossero arrivati nel mio studio, è stato fantastico ricreare questi quadri famosi.

Pensa che il suo lavoro abbia davvero raggiunto lo scopo per cui è stato creato?
Questo progetto ha superato ogni mia aspettativa, la storia è diventata virale in pochi istanti. Moltissime persone hanno apprezzato le foto e abbiamo moltissimi inviti a riaprire l’esibizione a Tirana, Stoccolma e Roma. La mia posta era piena di messaggi, in un modo in cui non avrei mai immaginato. A molte persone sono addirittura piaciute di più le foto dei dipinti originali. Ci sono ancora dei pregiudizi ogni tanto, ma voglio dire che queste persone sono bellissime e dobbiamo aiutarle e dar loro delle possibilità.

Questo progetto l’ha aiutata a crescere in qualche modo? Sia come persona che come artista?
Sì, in entrambi i casi. Molti ora conoscono il mio lavoro e grazie ad esso sono riuscita ad avere molti contatti, anche tra persone con la sindrome di Down.

Sta lavorando ad altri progetti in questo momento? Potrebbe dirci qualcosa a riguardo?
Ho qualcosa in testa, ma ho bisogno di passare del tempo con me stessa e rifletterci su.

-Arbi as “Paulo as Harlequin” by Pablo Picasso (Image courtesy of Soela Zani)

Arbi come “Paulo As Harlequin” di Picasso.  soelazani.com

Cent’anni dopo, De Chirico torna a Ferrara

In occasione del centenario del soggiorno di Giorgio De Chirico, la città di Ferrara ha inaugurato a Palazzo dei Diamanti una mostra a lui dedicata, visitabile fino al prossimo febbraio.
La pittura di De Chirico conquistò, ma soprattutto influenzò il pensiero artistico di numerosi artisti surrealisti, oltre ad ispirare l’arte di tutto il Novecento. Per questo ai quadri dell’artista sono affiancati alcuni dipinti realizzati da Carlo Carrà, George Grosz, René Magritte, Salvador Dalí e Max Ernst.

De Chirico si trasferì a Ferrara nel 1915 in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale, per prestare servizio militare. Qui incontrò Carlo Carrà e da tale incontro scaturì quella corrente artistica che fu capace di influenzare movimenti internazionali come il Surrealismo e il Dadaismo: la Metafisica.

De Chirico rimase subito affascinato dalla rinascimentale città di Ferrara e iniziò a ritrarre i suoi vicoli, le sue piazze e i suoi monumenti trasportandoli in un mondo irreale e meraviglioso, in una dimensione lontana, quindi, da quella contemporanea dominata dalla guerra, dalla violenza e dalla distruzione. Caratteristiche fondamentali di questa corrente sono proprio queste atmosfere sospese e attraversate da un senso di inquietudine.
I paesaggi ferraresi da cui trae spunto non rimangono tali, ma si trasformano in una sorta di teatro, in cui si possono vedere manichini e personaggi muti e senza volto. La scelta dell’utilizzo di soggetti senza volto e quindi inespressivi da una parte richiama il senso di mistero impenetrabile di fronte alle cose, dall’altra la perdita di umanità a cui la guerra aveva portato.

Nella mostra sono esposte alcune delle più importanti opere del periodo ferrarese come Ettore e Andromaca e Le Muse inquietanti.
In Ettore e Andromaca i due protagonisti dell’Iliade sono rappresentati nel momento dell’ultimo abbraccio alle porte della città prima del fatidico duello di Ettore e Achille sotto le mura. L’artista quindi attinge al mondo epico per rappresentare una scena tragica; Ettore e Andromaca sono in apparenza dei manichini, delle figure astratte, ma nelle intenzioni dell’autore sembrano in realtà due esseri viventi in carne e ossa che desiderano solamente un contatto umano – l’ultimo. Questo però è reso impossibile dalla mancanza degli arti. L’atmosfera si carica di assoluta malinconia e solitudine. L’astrattismo delle due figure, invece, rende il momento senza tempo, lo trasporta in una dimensione irreale oltre la materialità terrena, che è proprio ciò che la metafisica vuole fare.

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40 anni dopo il Nobel a Montale, le Cinque Terre celebrano il loro cantore

«For his distinctive poetry which, with great artistic sensitivity, has interpreted human values under the sign of an outlook on life with no illusions»

Per la sua caratteristica forma poetica che, con grande sensibilità, ha interpretato i valori umani nella prospettiva di una vita senza alcuna illusione.

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La consegna del Nobel a Eugenio Montale, 12 dicembre 1975. Credits: ospitiweb.indire.it

Questa la motivazione con cui il Nobel per la Letteratura 1975 fu assegnato ad Eugenio Montale: indimenticabile il discorso del poeta italiano all’atto di ricevere il prestigioso riconoscimento, in un certo senso summa del pensiero elaborato in una vita di riflessione sulla possibilità stessa di fare poesia.
Fu il vate della «divina Indifferenza» e del «male di vivere» e uno tra gli intellettuali più influenti del Novecento, secolo di cui fu anche un critico disilluso e feroce. A quarant’anni di distanza dalla cerimonia di consegna del premio, Montale viene celebrato dalle sue Cinque Terre, scenario della sua infanzia nonché di numerose sue liriche, con una rassegna culturale di quattro giorni.

«Piacere Montale. Gente vino e rocce delle Cinque Terre», ispirato al titolo del primo articolo scritto dal poeta per il Nuovo Corriere della Sera, uscito il 27 ottobre 1946, è, nelle intenzioni degli organizzatori, non solamente un omaggio a uno dei più celebri cantori di alcuni tra i luoghi più belli d’Italia, non a caso sede di un parco nazionale, bensì anche un tentativo di riavvicinare abitanti e turisti a queste zone: a letture e proiezioni, dunque, si affiancano escursioni e degustazioni; la maggior parte degli eventi si tiene nel piccolo borgo di Monterosso al Mare, che ospita la casa di villeggiatura dei Montale (non visitabile, in quanto privata).

La kermesse si è aperta ieri, 11 dicembre, con il convegno «Montale e le Cinque Terre», un’analisi del rapporto del poeta con il territorio, vero e proprio protagonista di molti componimenti, con ospiti illustri, tra cui Bianca, figlia del fratello di Montale e docente universitario e l’attrice Anna Bonaiuto, che ha chiuso la giornata nel migliore dei modi, con la lettura di liriche e scritti del poeta e si chiuderà domani, 13 dicembre, con «Montale nei racconti dei monterossini», un tributo della gente del paese che ancora ricorda il passaggio di un uomo che tanto ha amato la loro terra da immortalarla in eterno in poesie indimenticabili.

La Natività di Caravaggio rivive grazie alle nuove tecnologie

Quando arte e tecnologia si incontrano, i risultati possono essere straordinari: è il caso della stampante 3D italiana Bigdelta, che permetterà la ricostruzione di alcuni monumenti siriani distrutti dalla barbarie dell’Isis; ma è anche il caso di un nuovo progetto, finanziato dal colosso Sky, che ha permesso di restituire virtualmente la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, all’oratorio di San Lorenzo di Palermo.

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Il dipinto originale. Credits: Wikipedia

L’opera è stata rubata nel 1969, probabilmente dalla mafia, e da allora è al primo posto nella lista dei capolavori più ricercati dai Carabinieri che si occupano della tutela del patrimonio culturale. Il furto ha ispirato anche l’ultimo racconto di Sciascia, Una storia semplice.
Oggi la Natività varrebbe circa trenta milioni di euro ma, secondo alcuni racconti di pentiti, sarebbe stata distrutta.

Quarant’anni dopo è stato possibile ricostruire il dipinto in digitale e stamparlo in altissima qualità, grazie alla collaborazione tra Sky Arts Production Hub e Factum Arte, fondazione con sede a Madrid e a Milano, che già nel 2010 realizzò un perfetto fac-simile della Vocazione di San Matteo – altra celebre opera del Merisi, conservata a Roma.

Adam Lowe, il direttore della sede madrilena, ha spiegato che gli artisti e i tecnici sono partiti da una diapositiva a colori, per poi dedicarsi allo studio della materia pittorica delle altre opere del Caravaggio. Il processo di realizzazione del dipinto in digitale (la cui fedeltà all’originale è sorprendente) sarà mostrato nel documentario Operazione Caravaggio – Mystery of the lost Caravaggio, disponibile da gennaio su Sky Arte.

La copia è stata presentata al pubblico stamattina alla presenza del Presidente Mattarella, tornato nella sua città natale per l’occasione. Mattarella ha commentato dicendo che la riproduzione digitale non rappresenta di certo una sostituzione del quadro originale, ma riesce comunque a trasmettere «l’effetto e l’emozione che l’opera suscitava in questo oratorio».

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Credits: Igor Petryx per repubblica.it

Una riproduzione digitale, dunque, non è un autoinganno, ma una vittoria sulla criminalità e sul deperimento materiale dovuto al tempo e può avere ancora un grande valore educativo.
D’altronde Flaubert, uno dei padri del romanzo moderno, esortava ad amare l’arte «perché tra tutte le menzogne, è ancora la meno menzognera».

Arte e disabilità: l’inclusione in un tocco

Lo scorso giovedì 3 dicembre si è celebrata la Giornata internazionale delle persone con disabilità,  istituita nel 1981 ed estesa oltre i confini dei singoli stati nel 1993 dalla Commissione Europea, in accordo con le Nazioni Unite. Il tema di quest’anno è stato «Questione di inclusione: accesso e empowerment per le persone con tutte le abilità»; si mira, dunque, a valorizzare le abilità dei cosiddetti «disabili», nonché a sensibilizzare a favore delle pari opportunità, problema principale che milioni di individui e le relative famiglie devono affrontare ogni giorno.

L’obiettivo di questa edizione sembra quindi andare oltre le differenze, i difetti e le mancanze, per vedere invece gli aspetti migliori di chi troppo spesso è stato considerato diverso o inferiore e, per questo, è stato degradato ed escluso ad una classe, ad un ruolo sociale, ad un mondo isolato e a sé. Se pregiudizi, leggi e istituzioni non sostengono queste realtà, un sicuro mezzo per valorizzare le abilità di persone con disabilità si può trovare nell’arte: democratica ma al tempo stesso potente, l’esperienza artistica – che sia di creazione o di semplice contemplazione – può fare davvero la differenza nella vita di un uomo.
Infatti è ormai noto l’effetto terapico di musica, pittura, scultura e scrittura su molte patologie, sia riguardo alla riabilitazione fisica, di muscoli e tessuti, sia come riabilitazione psicologica, per mente e anima. Ma la cosa più straordinaria è che il rapporto tra mondo artistico e disabilità sembra essere biunivoco e simbiotico, in un continuo scambio benefico. D’altronde cosa sarebbe l’arte senza il contributo di artisti quali Henri de Toulouse-Lautrec, Ludwig van Beethoven o Frida Kahlo? Valorizzare la disabilità, dunque, non significa soltanto eliminare qualche barriera architettonica o sfoggiare espressioni compassionevoli nei confronti di chi vive una condizione disabilitante, ma significa soprattutto pensare che, davvero, quella persona abbia un valore, un’importanza, qualcosa da offrire alla società. Pensare, perciò, che tra quelle persone potrebbero esserci i più grandi artisti del futuro, proprio come molti lo sono stati in passato.

Unseen Art

Unseen Art. Credits: unseenart.org

A questo proposito, giungono due iniziative importanti. La prima arriva dalla Finlandia, o meglio, dal designer finlandese Marc Dillon che con il suo progetto Unseen Art ha riprodotto una dei capolavori del Rinascimento in 3D.

«Immaginate di non sapere come sia il sorriso della Gioconda di Leonardo Da Vinci e di conoscerne l’esistenza solo perché ne avete sentito parlare dalle persone e non grazie a un’esperienza diretta. Per i milioni di non vedenti nel mondo avviene proprio così».

La Monna Lisa si materializza così secondo qualità e dimensioni analoghe al dipinto in una texture simile alla sabbia «per dare la possibilità ai non vedenti di avvicinarsi all’arte toccando con mano». Ma l’impegno di Dillon non finisce qui. Egli, infatti, auspica (fondi permettendo) alla creazione di un archivio online contenente i formati 3D di opere di molti artisti, affinché il fruitore possa riprodurli personalmente con la propria stampante e contemplarli in tutta autonomia.

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Musei da toccare. Credits: museiincomuneroma.it

La seconda importante iniziativa, invece, è un vanto tutto italiano e riguarda quattro grandi musei della Capitale: MACRO, Museo di Roma a Palazzo Braschi, Galleria d’Arte Moderna e Museo Napoleonico. Sono questi i «Musei da toccare», in cui dal 25 novembre e per tutto il 2016 è possibile prenotare delle visite guidate gratuite dove sei opere per ogni collezione saranno oggetto di esplorazione tattile. Si tratta quindi di un progetto che apre una nuova strada all’esperienza artistica e che al contempo sensibilizza alla disabilità, anche attraverso laboratori per le scuole ed attività condivise con gli Istituti Speciali, quali l’Istituto Statale per Sordi. Una possibilità di far entrare l’arte nella vita dei giovani attraverso la pelle e di far conoscere a loro, a tutti loro, opere diverse: da un olio su tela a una scultura in bronzo, da un’antica portantina a un mosaico del 2002.

Così l’arte diviene inclusione, non soltanto attraverso la partecipazione delle persone disabili, ma anche con la partecipazione dell’arte nella vita di tutti. Perché, in fondo, lo sguardo dell’artista va oltre la realtà, oltre le apparenze, oltre il corpo e dritto allo spirito. Ed è uno sguardo di cui ora abbiamo un disperato bisogno.