L’arte e la pubblicità: gli spot che non andrebbero saltati

D’Annunzio e Oscar Wilde si sarebbero indignati nel leggere questo articolo, loro che promulgavano l’estetismo con i motti «l’arte per l’arte» o «art for art’s sake». Qui, infatti, si parla di pubblicità, di mercato e commercio, di ciò che spinge i consumatori a spendere il loro vile denaro e a far girare l’economia. Il che, ammettiamolo, non sembra molto poetico.

Ma la pubblicità talvolta, specialmente negli ultimi anni, può diventare arte e gli spot seguenti ne sono la prova.

La rivista di settore Adweek ha recentemente pubblicato la classifica delle migliori campagne pubblicitarie televisive del 2015, trasmesse bene o male in tutto il globo. Pur trattando prodotti diversi e mantenendo come fine ultimo la vendita degli stessi, questi spot non mancano di emozione, messaggi, impatto e in un certo modo anche poesia.
La loro qualità, inoltre, è talmente alta da far concorrenza alle opere cinematografiche per colori, inquadrature, musiche e animazione: all’idea geniale del creativo si unisce, dunque, la sempre crescente abilità di chi, invece, la sviluppa. E se molte opere famose, come la Fontana di Duchamp, consistono praticamente solo in un’idea, perché non possono avere valore anche queste produzioni che al pensiero accattivante aggiungono la grande capacità di sfruttare il mezzo cinematografico?

Senza contare che alcune delle campagne si avvicinano molto all’arte performativa, in quanto coinvolgono un ignaro pubblico, puntando proprio sulla sua reazione.

Al primo posto della classifica di fine anno, si piazza Unskippable della compagnia assicurativa Geico che punta alla sorpresa e alla semplicità, non lasciando altra scelta allo spettatore/consumatore se non quella di continuare a guardare.
Lo snack Snicker è, invece, commercializzato attraverso la sitcom anni settanta The Brady Bunch, in cui però figurano i loschi Danny Trejo e Steve Buscemi che si rivelano essere nient’altro che due ragazzine affamate. A concludere il podio è una pubblicità che va dritta al cuore: la guida audio Xfinity appare come soluzione perfetta per una bambina non vedente di guardare il celebre film Il mago di Oz ed immaginarlo a modo suo.

I successivi posti della top ten sono occupati da Love Has No Labels contro ogni tipo di pregiudizio, 37 days che mostra come un potente riscaldamento possa creare fiori dal ghiaccio artico, mentre Guns with History invita ad un acquisto ben ponderato della armi da fuoco raccontandone la storia. Al settimo posto si piazza l’intrigante spot del make up di Shiseido High School Girl?, mentre alle ultime tre posizioni ci sono: Justino, protagonista animato e vincitore della lotteria insieme ai suoi colleghi; l’immancabile Nike, che questa volta presenta un instancabile ragazzino in Short a Guy; e, infine, Friends Furever di Android che mostra della improbabili amicizie animali, accompagnate dalla canzone del Robin Hood Disney.

Non solo tutti questi spot non andrebbero saltati, cambiando canale in attesa che il programma ricominci, ma dovrebbero essere guardati con attenzione perché capaci di far riflettere, di strappare un sorriso e soprattutto capaci di immergere lo spettatore nel loro mondo, proprio come fa il cinema. Non è, quindi, una sorpresa vedere che proprio i registi del grande schermo si siano spesso occupati di advertisement. Ecco che possiamo gustare le tinte pop, femminili ed eleganti del premio Oscar Sofia Coppola in Miss Dior del 2011, interpretata dall’altro premio Oscar Natalie Portman; ma anche le atmosfere scintillanti di Baz Luhrmann per Chanel, dapprima nella versione con Nicole Kidman, che ricorda perciò Moulin Rouge, poi in quella con Gisele Bündchen che rimanda invece a Il grande Gatsby (soprattutto nella corsa in auto sul ponte). Impossibile non citare -anche a gusto di chi scrive- il regista Wes Anderson che si è più volte dedicato alla pubblicità: negli spot co-diretti insieme a Roman Coppola Prada Candy (nel cast Lea Seydoux), nella pubblicità della banca americana SoftBank con un bizzarro Brad Pitt e in quella animata per lo smartphone Sony Xperia, ma anche per Ikea.

Gli esempi italiani forse non sono così alti, ma rimangono numerosi.
Il più recente vede dietro la macchina da presa il celebre Salvatores, che dirige Pierfrancesco Favino per Barilla, mentre più riuscito è lo spot Coca Cola 2010 diretto da Tornatore, in cui emerge il suo indugio nel ricordo, già visto in Nuovo Cinema Paradiso e Baarìa.
Queste sono tutte dimostrazioni di come dietro a manovre di marketing ci sia in realtà anche una buona dose di creatività, grazie a spot che diventano film e, perciò, diventano arte.

Strappiamo quindi l’invito ai presentatori della televisione: «Non cambiate canale!». Anzi, sarebbe meglio guardare le pubblicità, senza saltarle con zapping compulsivo, e scoprire qualche piccolo tesoro, qualche traccia di poesia nascosta tra i consigli per gli acquisti.

Abbiamo davvero bisogno di un Trainspotting 2?

Sono da poco giunte indiscrezioni riguardo ad una possibile uscita, nel 2016, del sequel di Trainspotting, celebre film del 1996 tratto dal romanzo omonimo – e altrettanto noto – di Irvine Welsh. Ovviamente ciò ha provocato clamore e speranze, soprattutto tra i fan delle lavori di Welsh e del regista Danny Boyle. Ma davvero abbiamo bisogno di un Trainspotting 2?

Facciamo un passo indietro. É il 1993 e sul mercato esce un libro che travolge pubblico e critica – Trainspotting appunto – e che in poco tempo scala tutte le classifiche di vendita: le copie previste nella prima tiratura erano appena 3000, ma nel giro di un paio d’anni il numero sale a 150.000. Il successo è probabilmente dovuto allo stile fresco, al linguaggio gergale e fantasioso, che sa colpire i lettori. Le tematiche affrontate dall’autore, poi, sono quanto mai attuali, perché proprio in quegli anni si assiste al boom del consumo di eroina e della diffusione del virus HIV. La storia è ambientata negli anni Ottanta, ma nelle forme risente dell’estetica postmoderna tipica dei Novanta, ad esempio nella polifonia della narrazione (ogni capitolo è narrato da una voce diversa). Lo sfondo è quello del sottoproletariato scozzese e i protagonisti sono un gruppo di giovani tutti dipendenti da qualcosa (droga, sesso, soldi, violenza): «addicted» è infatti una parola chiave del romanzo. Entrano così nella scena letteraria dei personaggi assolutamente nuovi, mai rappresentati e con una carica espressiva che conquista sin dalle prime pagine.

Immagine promozionale del film di Boyle. Credits: http://comicsmemories.forumcommunity.net/

Immagine promozionale del film di Boyle.
Credits: http://comicsmemories.forumcommunity.net/

Pochi anni dopo il clamoroso trionfo, Danny Boyle decide di trasporre l’opera su pellicola e nel 1996 esce l’omonimo film. Questo presenta alcune differenze col libro: il numero di personaggi è diminuito, la voce narrante si riduce a quella di Renton e, inoltre, si svolge nel pieno degli anni Novanta. Nonostante ciò, Boyle riesce bene a condensare la ricchezza del libro, mantenendone intatto lo spirito, quell’edonismo caustico, quel nichilismo tinto però di spirito yuppie.
Nonostante le tendenze dei protagonisti siano in prima battuta autodistruttive, il finale apre un ambito di discussione: come nota Morace nel suo saggio Irvine Welsh: a reader, la fuga di Renton verso Amsterdam e l’abbandono dei suoi amici denota un tipico comportamento da self-made man di epoca tatcheriana, ovvero la scalata solitaria verso l’affermazione sociale. L’ultimo sguardo di Renton si rivolge verso il futuro («Where he could be what he wanted to be») e getta un raggio di speranza sulla storia. All’epoca della sua uscita Trainspotting riusciva quindi a parlare a quella generazione di giovani desiderosi di emanciparsi dai loro genitori, sia dal punto di vista economico che morale, attraverso l’uscita dagli schemi convenzionali e la fuga (nella droga e nella piccola criminalità). Un vero e proprio manifesto generazionale, che rischia di scadere nel banale se ripreso ora, senza il filtro di quello spirito.

Ritornando al film che potrebbe essere prossimamente girato, sarebbe tratto da Porno, sequel di Trainspotting uscito nel 2002, che ripresenta gli stessi personaggi, «i ragazzi del buco», nove anni dopo le vicende narrate nel primo libro. Renton, Sick Boy, Spud e Begbie sono ora impegnati a farsi strada nella società tra attività più o meno legali, tra le quali girare un film porno per partecipare al «Festival del cinema a luci rosse».

Porno si mostra in grado di reggere il confronto col primo (grandissimo) best-seller e, in più, risulta divertente e piacevole, poiché mette in luce ancora una volta lo stile inconfondibile di Welsh. La pellicola in uscita dovrebbe quindi prendere le mosse da queste basi, ma a quanto pare sarebbero solo un pallido spunto, tanto da non mantenerne nemmeno il titolo (infatti si parla di Trainspotting2). La scelta di girare questo sequel appare quindi quanto mai commerciale, rischiando allo stesso tempo di rovinare sia un bel romanzo sia il ricordo del primo film.
Trainspotting infatti ora potrebbe risultare muto e incomprensibile alla gran parte della nostra generazione, oltre che essere una delusione per gli appassionati. Abbiamo quindi bisogno di un Trainspotting2? Probabilmente no. Ovviamente, però, sarà solo la visione diretta a darci una risposta.

Ci siamo trasferiti! Per pezzi come questo e molto altro continua a seguirci su INCIPIT.

60 anni senza James Dean, molto più di un ribelle

30 Settembre 1955, ore 17:30 circa. Sulla U.S. Route 466 a est di Cholame, California, una Porsche 550 Spyder alla velocità di 105 km/h si scontra quasi frontalmente con una Ford Custom Tudor coupé del 1950. Due feriti e una vittima dichiarata deceduta circa mezz’ora dopo l’incidente. La vittima era un giovane ragazzo di ventiquattro anni diretto ad una corsa automobilistica che si sarebbe tenuta nella città di Salinas in California. Quel ragazzo era registrato all’anagrafe col nome di James Byron Dean. E oggi ricorre il sessantesimo anniversario da quel fatale incidente. Oggi avrebbe ottantaquattro anni.
Chi era costui? Ribelle, tormentato, introverso, maledetto, fragile, arguto, sensibile, solitario, timido, spiritoso, misterioso. È stato definito in svariati ed infiniti modi, ma nessuno potrà mai sapere in fondo chi fosse veramente quel giovane uomo dallo sguardo intenso e dai modi insicuri, molto spesso mascherati da una falsa arroganza.

James Dean

Nacque a Marion, in Indiana, nei primi mesi dell’anno 1931. Pieno di speranze e talento, in pochi anni arrivò dal teatro ad Hollywood, passando per il mondo della pubblicità: già nei primi anni ’50 era pronto ad esordire sul grande schermo, diretto dal celebre e premiato regista Elia Kazan nel dramma La valle dell’Eden. Questa prima interpretazione gli diede la possibilità di dare sfogo a tutto il suo tormento, regalandoci un’emozionante e complessa figura di un adolescente che scopre che la madre che non ha mai conosciuto è viva. Poco più che ventenne il giovane Dean viene subito candidato all’Oscar come miglior attore protagonista senza tuttavia conseguirne la vittoria. Non fu però questo ruolo, pregno di echi edipici e di critica religiosa a renderlo iconico. Infatti, è solo grazie al film successivo, Gioventù bruciata, che egli verrà identificato con la sua classica immagine di ribelle. In questo lungometraggio l’attore interpretava un giovane solitario e impulsivo, romantico ma arrogante, che vive in una realtà permeata dall’incomunicabilità con i propri genitori e educatori. Spinto dalla sua indole a scontrarsi e a sfidare i coetanei per non soccombere a bullismo e violenza, la storia del personaggio si risolve in modo drammatico, non tanto per il protagonista stesso, quanto per le uniche persone con cui aveva stretto un rapporto di amicizia.

Nel personaggio di Jim Stark, Dean racchiude tutte le sue frenesie, la sua impulsività, il suo amore e la sua rabbia. Diventa simbolo e precursore della ribellione giovanile che avverrà di lì a poco. Incarna lo spirito della Beat Generation letteraria, ponendosi a metà tra un personaggio di Jack Kerouac e Il giovane Holden di J. D. Salinger: un adolescente attanagliato dal tormento di vivere e dalla impossibilità di comunicare i propri sentimenti contrastanti che, comunque, esprime uno smarrimento della morale e della ragione, causato da una crisi esistenziale. James Dean così divenne una sorta di sex symbol intellettuale; infatti, una delle sue doti era essere non soltanto particolarmente bello (come molti degli attori usciti dall’Actors Studio in quegli anni), ma anche molto alla moda, per i capelli, i jeans e le giacche, e, allo stesso tempo, non mancava di posare in foto dove tutt’oggi è possibile intravedere una sua vena matura, introspettiva e più personale.

Tra i suoi miti c’era Marlon Brando e Dean sembrava fosse perfetto per esserne un degno successore, se non fosse stato per la sua improvvisa morte, avvenuta quasi a riprese ultimate del suo terzo e ultimo film, Il gigante, epopea drammatica che lo vede in un ruolo più adulto e affascinante, forse adatto ad un Oscar.

James Dean

Morte che lo catapulta letteralmente da quella Porsche all’olimpo degli eterni miti morti giovani. Chi sarebbe potuto diventare? Alcuni dicono un vero divo hollywoodiano, altri il primo vero simbolo e leggenda di ribellione per i giovani al pari di Elvis, altri ancora si azzardano a dire un potenziale interprete di James Bond, o forse nessuno, forse non avrebbe mai sfondato e sarebbe rimasto un attore di media fama. La verità è che non potremo mai saperlo, di sicuro, però, la scintilla del talento ardeva come un tizzone in lui.

Oggi infatti, a più di mezzo secolo dalla tragica dipartita, James Dean è più vivo che mai e con soli tre film nella sua carriera rimane un’icona pop così magnetica ed intrigante tanto da ispirare Life, il film in uscita ad ottobre che racconta il rapporto di amicizia tra il fotografo Dennis Stock e l’attore, segno che il giovane James è ancora nel nostro immaginario comune e difficilmente verrà dimenticato.

Intervista ad Alessandro Roja, star di Romanzo Criminale e 1992

Non importa che tu sia in vacanza: se il fato decide di farti lavorare non puoi fare altro che piegarti. Ero in Calabria e in spiaggia ho incontrato Alessandro Roja, protagonista di serie tv di successo come Romanzo criminale e di importanti film come Magnifica presenza di Ozpetek o I più grandi di tutti di Paolo Virzì (il fratello di Carlo). Avendolo ammirato in 1992, la serie evento prodotta da Sky sulla stagione di Manipulite e della mafia stragista, non ho potuto fare altro che avvicinarlo e fargli qualche domanda.

Come è nata la sua collaborazione per 1992?

All’inizio, mentre stavo girando ancora un altro film, mi hanno chiamato per un provino, che andò molto bene ma subito ci si incappò in un problema frequente nel mio campo, il fisico. Questo ruolo, che non era ancora quello di Rocco Venturi che avrei poi interpretato, era un personaggio di una certa stazza, alto e con un fisico possente, Pietro Bosco, che fu poi affidato al talento di Guido Caprino, proprio perché io non possiedo queste caratteristiche fisiche. A quel punto la mia avventura con questo nuovo progetto di Sky sembrava terminata, invece inaspettatamente mi chiamò il produttore Lorenzo Mieli, mentre erano ancora in fase di scrittura, e mi parlò di questo nuovo personaggio che era un trait d’union tra i due protagonisti interpretati da Stefano Accorsi e Domenico Diele e, dopo una bellissima riunione con il mio agente e gli sceneggiatori, mi affidarono questo ruolo. Fui molto contento perché era l’occasione per lavorare nuovamente con Sky e per far dimenticare quel personaggio fantastico che avevo già interpretato in Romanzo Criminale.

Ci parli un po’ del suo personaggio e del ruolo che ha nella storia: Rocco Venturi è in prevalenza una figura positiva o negativa?

Io penso che la vera forza di queste nuove serie sia un po’ dire la verità sull’essere umano, nessuno è effettivamente buono o cattivo, dipende da come queste persone si comportano in determinate situazioni. Rocco Venturi fino a quel momento riusciva a gestire i suoi demoni ma nel ’92 si è trovato di fronte a possibilità molto ampie, come conoscere i segreti di molte persone potenti, e la sua vita, non raccontata del tutto, celava sicuramente dei problemi di droga, di alcol e di dipendenza da gioco (che poi lui racconterà ad uno dei protagonisti) e proprio in quell’anno ha trovato le chance per poter mettere tutto a posto con dei colpi. Il problema è che poi da predatore diventa preda, succube di un sistema sempre più cinico e smaliziato. Quindi è un personaggio ambiguo, un funambolo che vive in bilico tra il bene ed il male.

Nel personaggio di Rocco Venturi ritrova qualcosa di ? Ci sono lati del suo carattere in cui si rispecchia?

Per la mia scuola e anche personalmente sono portato ad azzerare quello che può essere il mio giudizio nei confronti del personaggio e ad avvicinarlo a me il meno possibile. Poi penso che mi imbarazzerebbe molto fare qualcosa che assomigli a me, mentre al contrario il divertimento sta nel fare qualcosa che non ti senti vicino. Sinceramente penso che Rocco Venturi non mi assomigli per nulla, come d’altronde tutti gli altri personaggi che negli anni ho interpretato, sono le varie suggestioni di chi sta fuori a cui piace pensare che in realtà ci sia qualcosa di mio, ma fa parte del gioco, o almeno a me piace pensarla così.

Il ruolo de «Il Dandi» che ha interpretato in Romanzo Criminale, l’ha fatta conoscere ad un pubblico ben più ampio: quali sono le maggiori differenze o punti in comune tra quel personaggio e invece Rocco Venturi di 1992, se ce ne sono?

Umanamente le caratteristiche dei due personaggi sono molto diverse. Sicuramente c’è qualcosa che è al di fuori del personaggio, che è l’ambiente lavorativo, un ambiente che aveva voglia di raccontare dei personaggi di un certo tipo, con uno spessore e un particolare punto di vista, quindi questo può essere un punto in comune. I personaggi specifici però penso che non condividano assolutamente nulla.

Nell’anno 1992 lei era molto giovane: si ricorda bene i fatti di «Mani Pulite» raccontati nella serie?

Io sono del ’78, all’epoca ero ancora un ragazzino appunto, però ricordo molto bene quei fatti. Era un periodo storico e un momento in cui la televisione era centrale nella vita degli italiani, e ho nitidi ricordi di Di Pietro, del pool di «Mani Pulite», e ricordo anche la voglia dell’Italia in quel momento di cambiare un po’ le regole. Purtroppo il risultato è quello che vediamo oggi quindi forse non ne abbiamo colto l’occasione. Girando la serie, proprio perché sono stati molto precisi a riportare gli avvenimenti storici accaduti, ho potuto comunque rivivere quei fatti e penso che ciò sia importante, questa serie è un ottimo pretesto per non far dimenticare agli italiani un periodo ambiguo e burrascoso della storia della Penisola.

Dopo il successo internazionale di 1992, che altri progetti ha? Lavorerà ancora con Sky?

Con Sky ho un ottimo rapporto e quindi spero di consolidarlo ancora di più, perché sono sempre in grado di mettermi personaggi molto interessanti in mano. Per il futuro invece ho appena finito di girare un’opera prima dal titolo Solo per il week-end che è stata proprio adesso in concorso al Festival del Cinema di Montrèal, del regista Gianfranco Gaioni, in arte Director Kobayashi, citando I soliti sospetti, mentre ad Ottobre andrà in onda per Rai 1 una nuova serie televisiva in ventiquattro puntate, intitolata È arrivata la felicità, diretta da Riccardo Milani e Francesco Vicario dove compariranno oltre a me, tra tutti anche Claudio Santamaria e Claudia Pandolfi. Quest’ultima serie è molto importante perché è scritta da Ivan Cotroneo, che è una delle nuove penne del cinema italiano e ha una visione molto contemporanea.

Credits: Flickr
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#100AnniFox: la 20th Century Fox festeggia tra fotografia, cinema e fumetto

100Fox Locandina

Ammettiamolo: niente riesce a creare la meravigliosa attesa che si prova prima di un film meglio di quella musichetta trionfante e di quell’imponente numero 20 che si innalza sullo schermo. Stiamo parlando, ovviamente, della casa di produzione 20th Century Fox e del suo famosissimo logo. Perché? Perché ha appena compiuto 100 anni.
Lo studio cinematografico statunitense ha prodotto molti dei più noti film della storia, dedicandosi davvero ad ogni genere: dalla commedia al thriller, dal comico ai grandi kolossal, passando per il drammatico e l’animazione. Insomma, la Fox Film Corporation, fondata nel lontano 1915 e fusasi con la Twentieth Century nel 1934, ne ha fatta di strada!
E per celebrare questo grande traguardo cinematografico, il 9 luglio è stata inaugurata la mostra #100AnniFox. Unendo il potere commemorativo della fotografia alla magia del cinema, l’esposizione propone un viaggio all’interno dei magnifici capolavori Fox di ogni epoca, dai classici agli ultimi usciti. Si può dunque rivivere l’emozione della pellicola davanti a scene memorabili, che ancora riescono a far battere il cuore dei veri appassionati. Ma ci si può anche lasciare sorprendere dagli scatti dei retroscena, passando per una volta dietro le quinte e vivendo l’opera dal punto di vista di attori e registi, con cui sembra essere condiviso il backstage.
Non mancano inoltre i ritratti delle grandi star: sempre superando i limiti del tempo si possono ammirare Marylin Monroe e Leonardo Di Caprio, Julie Andrews e Hugh Jackman, insieme a molti altri celebri volti del mondo cinematografico.

Il backstage di Edward mani di forbice.

Il backstage di Edward mani di forbice.

Ma la cosa interessante è l’unione del cinema con un’altra forma artistica che sta acquisendo un progressivo successo: il fumetto. Infatti, la mostra, aperta fino alla fine del mese, si tiene presso WOW Spazio Fumetto – Museo del Fumetto, dell’Illustrazione e dell’Immagine animata di Milano.
Negli ultimi anni si parla di veri e propri cinecomic, ovvero opere tratte non dai soliti romanzi bensì da questa nuova forma di letteratura –che è essa stessa combinazione di parola e arte figurativa. Questi film stanno avendo un enorme successo tra il pubblico, che si avvicina così a questo nuovo mondo, tra i critici, soprattutto per quanto riguarda gli innovativi effetti speciali utilizzati, e anche al box office, dunque tra le case di produzione, 20th Century Fox compresa. Proprio per mostrare il suo interesse verso i cinecomic ha inaugurato l’evento #100AnniFox sfoggiando il suo capolavoro in quest’ambito, la saga X-Men.
Pur non essendo l’unico progetto Fox derivante dalla Marvel comics (si ricorda I Fantastici Quattro, a breve il reboot), agli X-Men è stata dedicata un’esposizione tematica e la proiezione in anteprima dei contenuti speciali di X-Men – Giorni di un futuro passato: The Rogue Cut. Presenti nell’edizione Blu-ray, DVD e Digital HD in commercio da ieri, i 17 minuti speciali sono, a detta del regista Bryan Singer, non solo una versione estesa bensì «una versione alternativa del film».
#100AnniFox è perciò un evento da non perdere dedicato ai cinefili, ai semplici curiosi, ai nostalgici, ai cacciatori di novità, ai fotografi, ai fumettisti e a chiunque voglia passare una giornata immerso nella magia del grande schermo.

#100AnniFox: Info: 02 49524744 – www.museowow.it
Dal 10 luglio al 31 luglio
WOW Spazio Fumetto, Viale Campania 12 – Milano
Dal martedì al venerdì dalle ore 15.00 alle 19.00, sabato e domenica dalle 15.00 alle 20.00 – lunedì chiuso.

INGRESSO GRATUITO.

Recensione: Still Alice, regia di Westmoreland e Glatzer

Alice Howland ha appena compiuto cinquant’anni e la sua vita è serena e appagante: è una professoressa di linguistica conosciuta e stimata, ha un marito, anch’egli in carriera, e tre figli che stanno cercando di seguire i propri sogni. Ma già durante i festeggiamenti del suo compleanno si manifestano i primi segnali di un morbo terribile – una parola dimenticata, una data che proprio non riesce a ricordare. Qualche tempo dopo Alice, uscita per fare un po’ di jogging, si perde nel campus della Columbia University, luogo che frequenta ogni giorno. Decide così di non sottovalutare il problema e la diagnosi che ottiene è terribile: Alzheimer precoce, una malattia non solo degenerativa, ma anche ereditaria. Il mondo tranquillo di Alice è sconvolto nelle sue fondamenta da un male che non si può contrastare.

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Fonte: Flickr

Inizia così il film Still Alice, uscito a gennaio nelle sale italiane ed ora disponibile in dvd; è stato tratto dal romanzo omonimo di Lisa Genova, una neuropsichiatra americana impegnata da anni nello studio di alcune malattie cerebrali.
La trasposizione cinematografica, così come il libro, ha riscosso un grande successo oltreoceano. Il merito va sicuramente ad una straordinaria Julianne Moore, che per questa interpretazione ha vinto la cosiddetta «Quintupla Corona» come migliore attrice: si tratta dei cinque premi più importanti della cinematografia, tra cui un Oscar e un Golden Globe (oltre allo Screen Actors Guild Award, il Critics’ Choice Award e il BAFTA).
Nei panni di John, il marito di Alice, troviamo invece Alec Baldwin, mentre i figli sono interpretati da Kate Bosworth, Hunter Parrish e Kristen Stewart, a cui va riconosciuta una notevole crescita dal punto di vista artistico e scenico rispetto ai film della famosa saga di Twilight.

Dietro la macchina da presa vi sono i coniugi Wash Westmoreland e Richard Glatzer. Quest’ultimo ha diretto gran parte dell’opera a distanza, trovandosi in ospedale a causa della sclerosi laterale amiotrofica, che l’ha portato alla morte nel marzo scorso. Still Alice è dunque un’opera sulla malattia realizzata da chi sicuramente sa di cosa sta parlando.
La vicenda della protagonista è seguita dai primissimi sintomi agli stadi finali della patologia, quando ormai anche il parlare risulta difficile; è una sorte ancora più tragica se si pensa che Alice, prima della diagnosi, aveva dedicato buona parte della sua vita agli studi sul linguaggio e sulla comunicazione.
Nonostante
il tema trattato, non si tratta però di un documentario sull’Alzheimer: pur essendo evidenti gli intenti divulgativi e informativi della pellicola, il risultato non è un ammasso di patetismi e luoghi comuni, a dimostrazione della sensibilità e conoscenza da parte dei registi di una tale situazione.

Questa consapevolezza emerge anche nella scelta narrativa: il progredire della malattia è continuamente associato a ricorrenze e avvenimenti importanti della vita di Alice, dal cenone di Natale allo spettacolo teatrale della figlia minore, alla nascita dei bambini di Anna, la figlia maggiore. Il tempo narrativo procede quindi a salti indicando sia sintomi e manifestazioni della malattia, che porta ad una continua alternanza tra momenti di lucidità e gravi crisi, sia la quotidianità in cui essa si inserisce. È proprio la routine quotidiana ad essere sconvolta, e ciò nel film ha la funzione di avvicinare lo spettatore alla vicenda e ricordare che, in fondo, ognuno di noi potrebbe trovarsi in una tale circostanza.

Still Alice, infatti, non è un lavoro basato su personaggi eroici o stravaganti, come se ne vedono molti sul grande schermo. Alice è un personaggio straordinario nella sua normalità: nonostante alcuni momenti di depressione, trova la forza di andare avanti, supportata dai suoi cari, serenamente consapevole che continueranno ad occuparsi di lei con amore anche quando non avrà più la capacità di intendere e di volere.
Ecco che, da persona comune, Alice diventa un modello per tutti coloro che ogni giorno si trovano a combattere contro questa malattia.
É lei infatti, insieme alle sue emozioni, la protagonista indiscussa dell’opera, non l’Alzheimer, come si potrebbe pensare. La focalizzazione è quasi sempre esterna, a mostrare quanto il morbo possa essere invalidante dal punto di vista sociale e non solo fisico, per la vergogna e il disagio che provoca a chi ne è affetto. Tuttavia lo sguardo è sempre rivolto ad Alice, fulcro centrale e fondamentale di ogni scena (
come ricordato anche dal titolo che appare sullo schermo a caratteri cubitali alla fine della proiezione): le poche soggettive cedono il passo ai numerosi primi piani che spesso tagliano fuori tutti gli altri personaggi ad esclusione di quello interpretato dalla Moore.

Tutto il film, come accennato, non lascia spazio a banalizzazioni, ma è pervaso da una grande umanità: i sentimenti dei personaggi sono messi a nudo da una situazione inaspettata e drammatica che li induce a trovare alternative, ad adattarsi, ad accettarsi. Ci sono istanti di sofferenza ma anche di grande spirito e forza d’animo, che suscitano una commozione autentica nel pubblico e molti spunti di riflessione.
Qui giace il senso dell’intero lavoro: un film sulla perdita, sulla lotta, sugli affetti familiari e l’amore.

Beatrice Forzan e Elena Ferrato

 

Recensione: The Imitation Game, di Morten Tyldum.

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Sta prestando attenzione? Bene. Se non ascolta attentamente le sfuggiranno delle cose, cose importanti. Non farò pause e non mi ripeterò e lei non mi dovrà interrompere. Lei crede di avere il controllo di quello che sta per accadere, lo crede perché è seduto lì dov’è e io sono seduto qui dove sono. Ma si sbaglia, sono io che ho il controllo perché io conosco cose che lei non conosce. Ora ho bisogno che lei si assuma un impegno: ascolterà con attenzione e non mi giudicherà se non quando avrò finito. Se non se la sente di rispettare questo impegno, la prego di lasciare la stanza. Ma se sceglie di restare ricordi che lei ha scelto di essere qui, la responsabilità di quello che accadrà da questo momento in avanti non è mia, ma sua. Presti attenzione.

Il 7 giugno ricorreva l’anniversario della morte di Alan Turing, uno dei matematici più importanti del XX secolo, considerato oggi il padre dell’informatica, condannato dal governo britannico alla castrazione chimica a causa della sua omosessualità e spinto al suicidio nel 1954 dalle cure farmaceutiche che gli erano state prescritte.

E’ proprio lui il protagonista di The Imitation Game, diretto da Morten Tyldum e la cui sceneggiatura, scritta da Graham Moore, è stata premiata agli Oscar come miglior sceneggiatura non originale tratta dal libro Alan Turing, una biografia di Andrew Hodges.

Il film, ambientato durante la seconda guerra mondiale, è incentrato sulla missione contro il tempo di un gruppo di studiosi, tra cui c’erano linguisti e matematici, che avevano il il compito di decriptare i messaggi tedeschi inoltrati con la complicatissima macchina Enigma: ogni giorno venivano intercettati migliaia di messaggi che dovevano essere decifrati entro la mezzanotte, prima che le impostazioni della macchina venissero cambiate nuovamente, mettendo a dura prova il delicato compito del team.
Tra loro sarà proprio il brillante Turing ad elaborare una macchina, che lui chiamerà Christopher, capace di rompere il meccanismo di Enigma, rendendo così possibile la traduzione dei messaggi, e che oggi si è evoluta nel moderno computer.
La pellicola è brillantemente divisa in tre tempi di narrazione: il 1951, in cui ci vengono illustrate le indagini effettuate dalla polizia su Turing e da cui parte il racconto degli avvenimenti della guerra, narrati in prima persona da lui stesso; gli anni dal 1939 al 1945 in cui ci viene raccontato il tentativo di risolvere Enigma e, infine, il 1927 che ci mostra un Turing molto più giovane alle prese con i bulli e con il suo primo amore, Christopher, che gli fece scoprire per la prima volta la crittografia.
Tramite questo meccanismo «ad incastri» possiamo cogliere, senza mai annoiarci, tutte le particolarità della appassionante e commovente storia di un uomo il cui straordinario lavoro è stato insabbiato dal governo britannico a causa del suo orientamento sessuale. Costretto a scegliere tra la prigione o la castrazione chimica e terrorizzato dall’idea di separarsi dalla sua macchina, dedicata a quel ragazzo che lo aveva fatto innamorare per la prima volta, Turing scelse la seconda.

A interpretare il brillante e cinico professore è un a dir poco straordinario Benedict Cumberbatch, che, con questo ruolo, è sicuramente salito di livello, arrivando a concorrere, per la nomination agli Oscar come attore protagonista, con Eddie Redmayne (La Teoria Del Tutto) e Michael Keaton (Birdman); un’interpretazione decisamente degna di nota, che ha fatto commuovere, appassionare e divertire, rendendo onore e giustizia ad Alan Turing, cosa decisamente non facile, e riscattandone il nome.
Accanto alla bravura di Cumberbatch, che raggiunge il picco più alto verso la fine della pellicola, si affianca quella di Keira Knightley nei panni di Joan Clarke, appassionata di logica e matematica che si aggiungerà per ultima al team di studiosi; nel corso della storia possiamo assistere allo sviluppo di un rapporto molto intimo e profondo fra i due, legati fino alla fine. «Perché … perché io ci tengo a  te. E tu tieni a me. E ci capiamo come nessuno ha mai capito noi».

The Imitation Game ha il merito di aver mostrato al mondo l’importanza del lavoro di Turing, che ha contribuito ad accorciare la guerra di ben due anni, salvando milioni di vite; ha riabilitato la figura di un uomo di cui ci vengono illustrati più lati contemporaneamente: quello più cinico e razionale e quello più sensibile e vulnerabile.

Un uomo normale non ce l’avrebbe fatta. Questa mattina il treno è passato da una città che non esisterebbe se non fosse per te. Ho comprato il biglietto da un uomo che sarebbe morto se non fosse per te. Al lavoro mi documento su tante, tante ricerche scientifiche che esistono soltanto perché ci sei tu. E anche se tu avresti preferito essere normale, io sono felice che tu non lo sia. Il mondo è un posto infinitamente migliore perché tu non sei normale.

Oltre che narrare fatti storici e biografici, il film ha denunciato l’ingiustizia di un governo che ha deliberatamente deciso di mettere da parte i meriti scientifici di un uomo, giudicandolo ingiustamente per le sue preferenze in fatto d’amore. Gli è stata infatti concessa la grazia dalla regina Elisabetta solamente nel 2013, dopo ben cinquantanove anni dalla sua morte.

Graham Moore, il giovane sceneggiatore che ha ritirato la statuetta d’oro sul palco degli Oscar, con voce tremante e le lacrime agli occhi, ha esposto al mondo intero la sua vulnerabilità, ringraziando Alan Turing per il suo meraviglioso lavoro e invitando a ‘rimanere strani, rimanere diversi’ (stay weird. stay different), un altro importante messaggio veicolato da un film che ha saputo emozionare e commuovere, trasformando una biografia nella storia di un eroe.

Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.