Esclusivo: intervista a Soela Zani che ha reso arte la trisomia 21

Lo scopo dell’arte, si sa, è stupire veicolando messaggi forti. Se a questo si aggiunge il rinnovamento che, guardando al passato, mira a combattere i pregiudizi contemporanei dando nuovi significati alle opere stesse, si arriva a uno dei momenti più elevati ed innovativi della creazione artistica.È questo il caso della fotografa trentacinquenne Soela Zani, artista originaria di Tirana che ha recentemente dato vita al progetto «Ogni essere umano è un’opera d’arte»: sostituendo i modelli di alcuni dei dipinti più famosi con dei bambini affetti dalla sindrome di Down, le opere di Picasso, Degas e Renoir esaltano ora la bellezza e la naturalezza dei loro nuovi soggetti.

Irma as “Prima Ballerina” by Edgar Degas (Image courtesy of Soela Zani)

Irma come la “prima ballerina” di Degas. Credits: soelazani.com

I lavori della Zani, nati dall’incontro con Emanuela Zaimin, fondatrice dell’associazione «Fondacionit Down Syndrome Albania», conservano la composizione e i colori dei dipinti originali ma sono animati da uno spirito ironico, unico e spontaneo, oltre che dall’evidente scopo di far sentire i bambini i veri protagonisti.
«I bambini si sono divertiti molto. Il sogno di Irma, per esempio, è di diventare ballerina; in questo modo, il suo sogno è diventato realtà».
Quei sorrisi, quegli sguardi, quei volti si uniscono a buffi costumi esattamente identici a quelli ritratti dai grandi pittori, trasmettendo forte vitalità; la vitalità di chi meriterebbe una maggiore considerazione all’interno della società, senza esserne invece escluso.

Combattere i pregiudizi e diffondere un messaggio di uguaglianza, questo è lo scopo dell’artista, soprattutto in Albania, dove «non è facile avere la sindrome di Down», afferma l’artista stessa. Infatti, le immagini esaltano l’innocenza, il gioco, l’energia che caratterizzano un bambino in quanto tale, indipendentemente dalle diversità.

Le foto saranno in esposizione fino al 16 dicembre a Tirana, presso il Museo storico nazionale, il più grande di tutto il paese. In un’intervista esclusiva, che trovate sotto, Soela Zani ci ha anticipato che presto potremmo ammirarle anche a Roma.

Ma il lavoro di Soela è reperibile online, su Facebook e Instagram: tra la negatività e i pregiudizi che girano sul web il progetto di questa fotografa infonde la speranza di poter sconfiggere l’ignoranza attraverso uno degli strumenti mediatici più forte ed efficace di tutti, l’arte.

Com’è cominciato il progetto? Qual è stata la chiave della sua realizzazione? Come le è venuta l’idea di ricreare dipinti famosi?
Ho sempre amato fotografare persone affette dalla sindrome di Down. All’inizio ho pensato a fotografie in bianco e nero e cariche di sentimenti drammatici, ma poi ho conosciuto Ema, la madre di Arbi, e quando mi ha presentato suo figlio ho completamente cambiato idea. Lei è così piena di energia e suo figlio è dolcissimo. Lavoro ogni giorno nel mio studio con le famiglie e ho studiato pittura all’Accademia, quindi sono cresciuta con l’arte e la storia dell’arte e sono affascinata dai grandi capolavori. Un giorno stavo fotografando una giovane ragazza e mi accorsi che somigliava molto a una delle Las meninas e quel giorno decisi di dar vita a questo progetto.

Questi dipinti sono conosciuti in tutto il mondo. È stato difficile mettere in scena la stessa identica immagine in una foto?
Sì è stato un pochino difficile, ma anche divertente. È stato come se Las meninas o Clara Rubens fossero arrivati nel mio studio, è stato fantastico ricreare questi quadri famosi.

Pensa che il suo lavoro abbia davvero raggiunto lo scopo per cui è stato creato?
Questo progetto ha superato ogni mia aspettativa, la storia è diventata virale in pochi istanti. Moltissime persone hanno apprezzato le foto e abbiamo moltissimi inviti a riaprire l’esibizione a Tirana, Stoccolma e Roma. La mia posta era piena di messaggi, in un modo in cui non avrei mai immaginato. A molte persone sono addirittura piaciute di più le foto dei dipinti originali. Ci sono ancora dei pregiudizi ogni tanto, ma voglio dire che queste persone sono bellissime e dobbiamo aiutarle e dar loro delle possibilità.

Questo progetto l’ha aiutata a crescere in qualche modo? Sia come persona che come artista?
Sì, in entrambi i casi. Molti ora conoscono il mio lavoro e grazie ad esso sono riuscita ad avere molti contatti, anche tra persone con la sindrome di Down.

Sta lavorando ad altri progetti in questo momento? Potrebbe dirci qualcosa a riguardo?
Ho qualcosa in testa, ma ho bisogno di passare del tempo con me stessa e rifletterci su.

-Arbi as “Paulo as Harlequin” by Pablo Picasso (Image courtesy of Soela Zani)

Arbi come “Paulo As Harlequin” di Picasso.  soelazani.com

Cent’anni dopo, De Chirico torna a Ferrara

In occasione del centenario del soggiorno di Giorgio De Chirico, la città di Ferrara ha inaugurato a Palazzo dei Diamanti una mostra a lui dedicata, visitabile fino al prossimo febbraio.
La pittura di De Chirico conquistò, ma soprattutto influenzò il pensiero artistico di numerosi artisti surrealisti, oltre ad ispirare l’arte di tutto il Novecento. Per questo ai quadri dell’artista sono affiancati alcuni dipinti realizzati da Carlo Carrà, George Grosz, René Magritte, Salvador Dalí e Max Ernst.

De Chirico si trasferì a Ferrara nel 1915 in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale, per prestare servizio militare. Qui incontrò Carlo Carrà e da tale incontro scaturì quella corrente artistica che fu capace di influenzare movimenti internazionali come il Surrealismo e il Dadaismo: la Metafisica.

De Chirico rimase subito affascinato dalla rinascimentale città di Ferrara e iniziò a ritrarre i suoi vicoli, le sue piazze e i suoi monumenti trasportandoli in un mondo irreale e meraviglioso, in una dimensione lontana, quindi, da quella contemporanea dominata dalla guerra, dalla violenza e dalla distruzione. Caratteristiche fondamentali di questa corrente sono proprio queste atmosfere sospese e attraversate da un senso di inquietudine.
I paesaggi ferraresi da cui trae spunto non rimangono tali, ma si trasformano in una sorta di teatro, in cui si possono vedere manichini e personaggi muti e senza volto. La scelta dell’utilizzo di soggetti senza volto e quindi inespressivi da una parte richiama il senso di mistero impenetrabile di fronte alle cose, dall’altra la perdita di umanità a cui la guerra aveva portato.

Nella mostra sono esposte alcune delle più importanti opere del periodo ferrarese come Ettore e Andromaca e Le Muse inquietanti.
In Ettore e Andromaca i due protagonisti dell’Iliade sono rappresentati nel momento dell’ultimo abbraccio alle porte della città prima del fatidico duello di Ettore e Achille sotto le mura. L’artista quindi attinge al mondo epico per rappresentare una scena tragica; Ettore e Andromaca sono in apparenza dei manichini, delle figure astratte, ma nelle intenzioni dell’autore sembrano in realtà due esseri viventi in carne e ossa che desiderano solamente un contatto umano – l’ultimo. Questo però è reso impossibile dalla mancanza degli arti. L’atmosfera si carica di assoluta malinconia e solitudine. L’astrattismo delle due figure, invece, rende il momento senza tempo, lo trasporta in una dimensione irreale oltre la materialità terrena, che è proprio ciò che la metafisica vuole fare.

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La Natività di Caravaggio rivive grazie alle nuove tecnologie

Quando arte e tecnologia si incontrano, i risultati possono essere straordinari: è il caso della stampante 3D italiana Bigdelta, che permetterà la ricostruzione di alcuni monumenti siriani distrutti dalla barbarie dell’Isis; ma è anche il caso di un nuovo progetto, finanziato dal colosso Sky, che ha permesso di restituire virtualmente la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, all’oratorio di San Lorenzo di Palermo.

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Il dipinto originale. Credits: Wikipedia

L’opera è stata rubata nel 1969, probabilmente dalla mafia, e da allora è al primo posto nella lista dei capolavori più ricercati dai Carabinieri che si occupano della tutela del patrimonio culturale. Il furto ha ispirato anche l’ultimo racconto di Sciascia, Una storia semplice.
Oggi la Natività varrebbe circa trenta milioni di euro ma, secondo alcuni racconti di pentiti, sarebbe stata distrutta.

Quarant’anni dopo è stato possibile ricostruire il dipinto in digitale e stamparlo in altissima qualità, grazie alla collaborazione tra Sky Arts Production Hub e Factum Arte, fondazione con sede a Madrid e a Milano, che già nel 2010 realizzò un perfetto fac-simile della Vocazione di San Matteo – altra celebre opera del Merisi, conservata a Roma.

Adam Lowe, il direttore della sede madrilena, ha spiegato che gli artisti e i tecnici sono partiti da una diapositiva a colori, per poi dedicarsi allo studio della materia pittorica delle altre opere del Caravaggio. Il processo di realizzazione del dipinto in digitale (la cui fedeltà all’originale è sorprendente) sarà mostrato nel documentario Operazione Caravaggio – Mystery of the lost Caravaggio, disponibile da gennaio su Sky Arte.

La copia è stata presentata al pubblico stamattina alla presenza del Presidente Mattarella, tornato nella sua città natale per l’occasione. Mattarella ha commentato dicendo che la riproduzione digitale non rappresenta di certo una sostituzione del quadro originale, ma riesce comunque a trasmettere «l’effetto e l’emozione che l’opera suscitava in questo oratorio».

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Credits: Igor Petryx per repubblica.it

Una riproduzione digitale, dunque, non è un autoinganno, ma una vittoria sulla criminalità e sul deperimento materiale dovuto al tempo e può avere ancora un grande valore educativo.
D’altronde Flaubert, uno dei padri del romanzo moderno, esortava ad amare l’arte «perché tra tutte le menzogne, è ancora la meno menzognera».

Lazybones & PollyNor: illustratrici di donne per donne

Fino a non molto tempo fa anche nell’illustrazione, come in ogni campo artistico, le figure femminili, pur essendo di frequente al centro della rappresentazione, sono sempre state filtrate attraverso gli occhi degli uomini, spesso con una lettura romantica della corporeità o, al contrario, carica di erotismo.

Negli ultimi decenni, però, il mondo dell’arte e di conseguenza quello dell’illustrazione sono profondamente cambiati, grazie soprattutto allo sviluppo dei social network che ne hanno democratizzato la diffusione e hanno ampliato il target a cui gli artisti si rivolgono. Questo ha favorito non solo il sorgere di un circuito indipendente (che spesso collabora con i brand di moda, in particolare quelli che si rivolgono ad un pubblico giovane e in cerca di prodotti particolari), ma anche la conquista, da parte delle artiste donne, di un ruolo nuovo, che si esprime anche mediante un’inedita rappresentazione della femminilità nelle loro opere.

Due illustratrici emergenti degne di nota sono Miranda Lorikeet e Polly Norton, la prima australiana e la seconda inglese. Al centro dei loro lavori è posto il corpo femminile, vissuto con leggerezza e onestà e liberato dalle imposizioni del costume. Il loro stile è molto naïf, con tratti semplici e colori sgargianti che lo allontanano dal realismo e lo avvicinano ad una visione onirico-fiabesca della realtà.

Miranda Lorikeet, in arte Lazybones, è assistente per le risorse umane di giorno e illustratrice di sera e nei fine settimana. Miranda utilizza per disegnare un programma semplice e comune: Microsoft Paint. Questo dimostra che, in un’epoca in cui i software di grafica si sono enormemente sviluppati, il fascino di un programma progettato per l’ormai obsoleto Windows 98 può ancora catturare l’immaginazione di un’artista di talento. Le sue opere ritornano su figurazioni ricorrenti: piccole donne nude in un vasto universo color pastello, fatto di alte montagne, dolci colline e oceani profondi. Questi disegni esprimono il sentimento che l’essere umano può provare di fronte ad un mondo enorme e intimidatorio, ma sono anche capaci di trasmettere il senso di spensierata libertà della nudità femminile in un mondo primitivo e favoloso.

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Miranda Lorikeet, Fall Together. Credits: her tumblr page. 

Polly Norton, in arte PollyNor, si affida invece alla più tradizionale illustrazione a mano ma non per questo le sue opere risultano convenzionali. La sua candida espressione della sessualità femminile offre uno sguardo ironico e complice sulla donna del ventunesimo secolo, che si divide tra lo stress della routine quotidiana e la difficoltà nelle relazioni amorose. Le figure sono quasi grottesche, i partner maschili spesso rappresentati come diavoli e l’ambiente circostante si compone o di stanze disordinate o di floridi e selvaggi paesaggi naturali; attraverso le sue opere si può percepire una ricerca di evasione dalla pressione della vita mondana che spesso la nostra società ci impone.

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Polly Norton, We in luv and live very fabulous lifestyles. Credits: pollynor.com

Grazie al linguaggio delle immagini queste due giovani artiste riescono ad esprimere perfettamente lo spirito femminile contemporaneo, il quale presenta due volti: uno ancora legato al sogno romantico di evasione dalla realtà e uno più aderente ad una dimensione terrena e quotidiana, vissuti entrambi con un estro giovanile e dissacrante, capace di portare lontano, pur mettendo in luce vari aspetti della vita delle donne di oggi.

È centrale, comunque, il bisogno di libertà, di esprimersi e di essere, che abbatte ciò che ancora rimane di quelle catene che confinavano la donna nell’arte a semplice «amata», «femme fatale» o «angelo del focolare»: ormai è arrivato il momento di fare spazio ad una donna indipendente e capace di disegnare i propri sentimenti e le proprie speranze tramite il proprio punto di vista.

Arte e disabilità: l’inclusione in un tocco

Lo scorso giovedì 3 dicembre si è celebrata la Giornata internazionale delle persone con disabilità,  istituita nel 1981 ed estesa oltre i confini dei singoli stati nel 1993 dalla Commissione Europea, in accordo con le Nazioni Unite. Il tema di quest’anno è stato «Questione di inclusione: accesso e empowerment per le persone con tutte le abilità»; si mira, dunque, a valorizzare le abilità dei cosiddetti «disabili», nonché a sensibilizzare a favore delle pari opportunità, problema principale che milioni di individui e le relative famiglie devono affrontare ogni giorno.

L’obiettivo di questa edizione sembra quindi andare oltre le differenze, i difetti e le mancanze, per vedere invece gli aspetti migliori di chi troppo spesso è stato considerato diverso o inferiore e, per questo, è stato degradato ed escluso ad una classe, ad un ruolo sociale, ad un mondo isolato e a sé. Se pregiudizi, leggi e istituzioni non sostengono queste realtà, un sicuro mezzo per valorizzare le abilità di persone con disabilità si può trovare nell’arte: democratica ma al tempo stesso potente, l’esperienza artistica – che sia di creazione o di semplice contemplazione – può fare davvero la differenza nella vita di un uomo.
Infatti è ormai noto l’effetto terapico di musica, pittura, scultura e scrittura su molte patologie, sia riguardo alla riabilitazione fisica, di muscoli e tessuti, sia come riabilitazione psicologica, per mente e anima. Ma la cosa più straordinaria è che il rapporto tra mondo artistico e disabilità sembra essere biunivoco e simbiotico, in un continuo scambio benefico. D’altronde cosa sarebbe l’arte senza il contributo di artisti quali Henri de Toulouse-Lautrec, Ludwig van Beethoven o Frida Kahlo? Valorizzare la disabilità, dunque, non significa soltanto eliminare qualche barriera architettonica o sfoggiare espressioni compassionevoli nei confronti di chi vive una condizione disabilitante, ma significa soprattutto pensare che, davvero, quella persona abbia un valore, un’importanza, qualcosa da offrire alla società. Pensare, perciò, che tra quelle persone potrebbero esserci i più grandi artisti del futuro, proprio come molti lo sono stati in passato.

Unseen Art

Unseen Art. Credits: unseenart.org

A questo proposito, giungono due iniziative importanti. La prima arriva dalla Finlandia, o meglio, dal designer finlandese Marc Dillon che con il suo progetto Unseen Art ha riprodotto una dei capolavori del Rinascimento in 3D.

«Immaginate di non sapere come sia il sorriso della Gioconda di Leonardo Da Vinci e di conoscerne l’esistenza solo perché ne avete sentito parlare dalle persone e non grazie a un’esperienza diretta. Per i milioni di non vedenti nel mondo avviene proprio così».

La Monna Lisa si materializza così secondo qualità e dimensioni analoghe al dipinto in una texture simile alla sabbia «per dare la possibilità ai non vedenti di avvicinarsi all’arte toccando con mano». Ma l’impegno di Dillon non finisce qui. Egli, infatti, auspica (fondi permettendo) alla creazione di un archivio online contenente i formati 3D di opere di molti artisti, affinché il fruitore possa riprodurli personalmente con la propria stampante e contemplarli in tutta autonomia.

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Musei da toccare. Credits: museiincomuneroma.it

La seconda importante iniziativa, invece, è un vanto tutto italiano e riguarda quattro grandi musei della Capitale: MACRO, Museo di Roma a Palazzo Braschi, Galleria d’Arte Moderna e Museo Napoleonico. Sono questi i «Musei da toccare», in cui dal 25 novembre e per tutto il 2016 è possibile prenotare delle visite guidate gratuite dove sei opere per ogni collezione saranno oggetto di esplorazione tattile. Si tratta quindi di un progetto che apre una nuova strada all’esperienza artistica e che al contempo sensibilizza alla disabilità, anche attraverso laboratori per le scuole ed attività condivise con gli Istituti Speciali, quali l’Istituto Statale per Sordi. Una possibilità di far entrare l’arte nella vita dei giovani attraverso la pelle e di far conoscere a loro, a tutti loro, opere diverse: da un olio su tela a una scultura in bronzo, da un’antica portantina a un mosaico del 2002.

Così l’arte diviene inclusione, non soltanto attraverso la partecipazione delle persone disabili, ma anche con la partecipazione dell’arte nella vita di tutti. Perché, in fondo, lo sguardo dell’artista va oltre la realtà, oltre le apparenze, oltre il corpo e dritto allo spirito. Ed è uno sguardo di cui ora abbiamo un disperato bisogno.

L’arte ignorata dell’armeno Ivan Ajvazòvskij

Nel luglio 1817 nasceva, in una cittadina della Crimea, uno dei più importanti pittori russi, Ivan Ajvazòvskij; membro di una povera famiglia di origine armena, si diplomò all’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo e nel 1837 vinse la medaglia d’oro per i suoi successi nella pittura. Prima di iniziare a viaggiare per l’Europa, si dedica alla raffigurazione delle coste della Crimea, instaurando quel rapporto con il mare che lo accompagnerà per tutta la vita («La mia vita è il mare» sono le parole del pittore).

Si trasferì in Italia operando a Venezia, a Roma, a Firenze e a Napoli. Le creazioni di questo periodo sono molto romantiche e colme di serenità come vediamo ne Il golfo di Napoli di notte al chiaro di luna o nelle vedute veneziane dalle luci estremamente calde e pacate. Nonostante abbia prodotto una cinquantina di dipinti durante il soggiorno italiano e benché questo periodo sia stato il più amato dall’artista, la sua presenza nel Belpaese non è mai stata ricordata e valorizzata a sufficienza.

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Il golfo di Napoli di notte al chiaro di luna di Ivan Ajvazòvskij. Credits: musainquietante.wordpress.com

Le sue opere sono sparse per il mondo intero: dalla Russia agli Stati Uniti e ovunque in Europa, soprattutto in collezioni private. Quello che rimane è l’immagine di un personaggio sfuggente, inquieto, difficile da inseguire e conoscere. Ciò è anche dovuto al fatto che Ivan ricercava un’identità collettiva, più che individuale: quella del popolo armeno. Profondamente attaccato alla sua città natale, ma impegnato nel mostrarsi al mondo, cercò di farsi portavoce della sua gente. Divenne quindi, anche a causa degli eventi storici del periodo, il simbolo del desiderio armeno di far riconoscere la propria identità.

Fin dall’inizio notiamo che il suo campo di interesse è il paesaggio, però nelle sue migliaia di opere il mare e l’acqua sono gli elementi predominanti.

Nel 1844 viene nominato pittore ufficiale dello Stato Maggiore della Marina e diventa quasi il fotoreporter di tutte le grandi battaglie della flotta zarista. Nonostante i suoi quadri sembrino delle vere e proprie fotografie, il suo approccio è tipicamente romantico: non si avrà mai il passaggio ad un realismo fine a se stesso, tutti gli elementi sono espressione di una realtà interiore. Raggiunge una perizia tecnica impareggiabile nel ricreare la distesa del mare, il bianco delle onde, le trasparenze e il nero delle profondità. Tutto è mescolato ad un gusto vagamente impressionista della luce, studiata e riprodotta quasi con carattere scientifico.

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Nona ondata di Ivan Ajvazòvskij. Credits: wikipedia.org

Nella sua opera più importante, la Nona ondata, emerge con chiarezza il contrasto tra la debolezza dell’uomo e la forza della natura, in un’ottica propriamente romantica. Il mare è sì ricreato con una perfezione tecnica incredibile, ma ciò che stupisce è l’angoscia, la potenza che il dipinto suscita. Il mare è quasi un’entità viva, studiata da Ivan in tutti gli aspetti, e capace di distruggere l’uomo con una facilità incredibile. Le navi non sono altro che frammenti di legno in balia della sua volontà, come vediamo in Nave nel mare in tempesta, dove l’imbarcazione, al centro della scena, sembra addirittura scomparire nella distesa marina. Cielo e mare, aria e acqua si uniscono con una perfezione così alta da mettere quasi sullo sfondo l’esito drammatico del destino della nave e dei suoi marinai. L’uomo passa in secondo piano, la natura acquista un’identità propria.

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Nave nel mare in tempesta di Ivan Ajvazòvskij. Credits: piantastorta.altervista.org

Infatti tradizionalmente per il popolo armeno il mare è il simbolo della libertà, soprattutto considerando che storicamente l’Armenia, che si estendeva dal Mar Nero al Caspio al Mediterraneo, ne è stata privata. Così, la forza sprigionata dal mare diviene metafora delle persecuzioni di cui il popolo armeno era stato -e continuava ad essere- vittima. La lotta dell’uomo contro il mare è proprio la lotta di questa comunità.

Con il ricavato della sua brillante carriera di artista, Ajvazòvskij aprì una scuola e una galleria nella sua città natale, Feodosija. Nel 1900, alla sua morte, lasciò oltre 6.000 lavori. Tali opere grazie al loro elevato valore sono state oggetto di numerosi furti; nonostante ciò, l’artista non venne mai valorizzato veramente dalla critica e la sua figura, accusata di scarsa originalità, non ha ottenuto il successo che forse avrebbe meritato.

I suoi mari, infatti, restano ineguagliati e le sue opere trasmettono un impatto emotivo innegabile, tanto da riscontrarne echi persino in Oceano Mare di Baricco:

«Dove inizia la fine del mare? O addirittura: cosa diciamo quando diciamo: mare? Diciamo l’immenso mostro capace di divorare qualsiasi cosa, o quell’onda che ci schiuma intorno ai piedi? L’acqua che puoi tenere nel cavo della mano o l’abisso che nessuno può vedere? Diciamo tutto in una sola parola o in una sola parola tutto nascondiamo? Sto qui, a una passo dal mare, e neanche riesco a capire, lui, dov’è. Il mare.»

La ricchezza negli abbozzi: scoperto autoritratto di Charlotte Brontë

Da sempre i grandi artisti lasciano una parte di sé nelle loro opere, quasi fosse un’inevitabile ed essenziale conseguenza del processo di creazione. I modi, tuttavia, sono diversi. Talvolta, l’autore trae dalla propria vita emozioni, sensazioni e suggestioni provate in prima persona e, rielaborandole, le incanala, per esempio, nei suoi dipinti. Altre volte, invece, l’artista stesso si manifesta nei dettagli, nei sottili riferimenti alla sua storia personale: luoghi importanti, magari paesaggi dell’infanzia, oppure particolari oggetti simbolici, tutti provenienti dalla biografia dell’autore, si possono notare in poesie, romanzi e film. Fino a giungere al culmine dell’espressione dell’artista nell’opera, ovvero al suo vero e proprio alter ego.

Ecco perché questa scoperta, apparentemente di poco conto, è in realtà molto importante: dimostra quanto Charlotte Brontë abbia messo di se stessa nella sua eroina, oltre che suo capolavoro, Jane Eyre.
Ma passiamo ai fatti. Claire Harman, biografa letteraria che ha insegnato nelle prestigiose università di Manchester e Oxford, ha esposto nel suo nuovo libro Charlotte Brontë: A Life la recente scoperta, secondo cui lo schizzo di una giovane compagna sarebbe invece il ritratto che la Brontë fece di sé.
Trovato su un suo atlante scolastico, l’abbozzo a matita datato 1843 – quattro anni prima della pubblicazione del romanzo – si pensava rappresentasse una compagna di collegio di Bruxelles. Ma molti elementi, tra cui la posa, le varie descrizioni dell’aspetto dell’autrice e la sua nota passione per il disegno, dimostrano che, al contrario, è un autoritratto realizzato davanti allo specchio. Autoritratto in cui Charlotte si disegna in tutti i suoi difetti, in tutta la sua «bruttezza»: naso largo, sopracciglia folte e una bocca storta, dovuta a una dentatura imperfetta. Semplici tratti di grafite che indicano una visione particolare che la scrittrice aveva di sé, enfatizzata da un folle amore non corrisposto per il suo insegnante Constantin Heger.

Credits: theguardian.com

Credits: theguardian.com

Altro importante fatto che incise sulla produzione letteraria è l’introduzione della medesima scena in Jane Eyre: per non illudersi di piacere a Mr Rochester, per convincersi di non meritare la sua attenzione, per allontanare il sogno di un amore impossibile, Jane si siede davanti allo specchio e si disegna per quello che è. «Se la Brontë avesse davvero provato a essere realistica in un autoritratto, ciò potrebbe esserle venuto in mente quando stava scrivendo Jane Eyre, per inserire una scena come quella» dice la Harman.

Alla luce di tutto ciò, lo schizzo non può che acquistare grande rilevanza, oltre al fatto che esso costituisce la terza rappresentazione dell’autrice inglese realizzata quando lei era ancora in vita. I due precedenti, inoltre, sono costituiti da un ritratto di gruppo del giovane fratello Branwell Brontë e dal dipinto di George Richmond, in cui si possono notare alcune caratteristiche somatiche presenti anche nell’autoritratto, seppure ammorbidite da un artista come Richmond che era famoso proprio per questo.

In ogni caso, le piccole scoperte come questa danno un valore completamente nuovo all’interpretazione di grandi capolavori, dietro ai quali c’è sempre qualcosa in più da scoprire.